La ricerca – prima da bambino, poi da adulto passando per l’adolescenza – delle proprie radici, della propria identità. Un viaggio itinerante che inizia con Luis bambino in compagnia del nonno, che obbligandolo ad infrangere le regole per vivere la libertà a suo modo (una libertà fatta soprattuto di poche imposizioni) formerà con il tempo un giovane comunista che, affascinato della figura carismatica del Che, ne vuole seguire le orme. Si scontrerà invece con la dura legge del carcere, con le torture e le umiliazioni più terribili. Una volta rilasciato ed in procinto di lasciare il Cile per un esilio forzato, Luis da il suo personalissimo saluto al proprio “vecchio” che con il pugno alzato lo saluta dall’esterno dell’aeroporto. Un viaggio a ritroso nel tempo ricordando con dolcezza i tempi in cui, lui e il padre, viaggiano verso il sud e verso quella fine del mondo che ha come nome Puerto Montt. Diventato ormai uomo, Luis intraprente un pellegrinaggio zaino in spalla che dal Cile lo porterà in Argentina, Bolovia, Uruguay, Ecuador. Un viaggio all’inseguimento di un unico grande obiettivo, che però appare ogni volta irrangiungibile, ovvero raggiungere Martas, in Andalusia, paese di origine della sua famiglia…
Con sullo sfondo la terribile dittatura cilena e il conseguente regine di terrore costellato di torture, sparizioni, ingiustizie, Luis Sepulveda affronta il tema del viaggio come ricerca personale e come scoperta del nuovo, e trova in questo libro una sua dimensione quasi perfetta. Infatti, da un lato racconta il viaggio interiore compiuto per dare una risposta a quesiti che assillano da sempre l’uomo: chi sono, da dove vengo, dove vado. A questo viaggio interiore si abbina il viaggio fisico che l’autore intraprende attraverso l’America latina. Un viaggio che a volte pare senza meta, sempre in bilico tra il fallimento e l’utopia di raggiungere la meta finale, come se bastasse un niente per vanificare tutti gli sforzi compiuti. È così che “il biglietto per andare da nessuna parte” diviene il passaporto per ritrovare quella grande entità che è la famiglia, unico vero baluardo contro le brutture che la società impone alla maggior parte degli individui. Un grande messaggio di amore per la propria terra, per le proprie radici.

80 a.C. Roma e la sua politica repubblicana sono ormai al collasso: le lotte interne per il potere, le rivalità tra Consoli, le vendette e gli intrighi sono all’ordine del giorno. La fazione di Mario è in lotta fratricida con quella di Silla e la provincia ispanica si ribella al predominio romano. È in questo frangente che il generale Quinto Sertorio lascia Roma per sfuggire alle vendette di Silla, prima in Africa del nord poi, successivamente, in Lusitania: qui si ritrova a capo di un piccolo esercito formato in parte da legionari romani e in parte da guerrieri lusitani. Sertorio racchiude in sè tutte le doti che fanno di un combattente un ottimo generale: capacità di comando, grande presenza fisica, lungimiranza, intelligenza e tattica, tutte doti che portano Sertorio ad unire romani e barbari per combattere gli eserciti che via via Roma manda per ripristinare l’ordine. Sarà l’umità l’arma vincente di Sertorio: infatti – in barba agli insegnamenti militari romani – capisce che l’unico modo per vincere questa guerra ed unificare i territori hispanici è quello di adottare la guerriglia come stile di guerra. Ma la lunga mano di Roma si estende anche sui territori hispanici e la troppa fiducia nei suoi uomini porterà Sertorio al centro di un intrigo il cui fine è proprio lui stesso…
João Aguiar organizza questo romanzo storico in tre atti, tre parti legate tra loro da personaggi comuni che hanno tutti a che fare con il vero protagonista, ovvero Quinto Sertorio. Un grande lavoro di ricerca ci presenta il generale in contesti diversi, dapprima in una Roma repubblicana schiacciata dagli intrighi per voce del filosofo minore greco Eumenio di Rodi; successivamente è il suo luogotenente più fidato, Lucio Irtuleio, che ci parla degli avvenimenti che in seguito al ritorno di Mario a Roma lo portano a servire il generale; ed infine è Medamo, figlio adottivo di Eumenio, si ritrova anche egli arruolato nella guadia personale di Sertorio nella campagna nella terra hispanica. Una riflessione pare logica una volta chiuso il libro: il lettore si domanderà cosa è cambiato in questi duemila anni nella politica romana. Forse l’unico vero cambiamento è che oggi non è possibile ricorrere a vendette crudeli e decapitazioni per rifarsi di uno sgarbo, ma quanto ad intrighi e sottorfugi, la politica di Roma di quel periodo (tra il 100 e il 70 a.C.) non ha niente da invidiare a quella attuale, e ovviamente viceversa. Il grande valore di ogni libro storico non è solo quello di far rivivere al lettore gesta eroiche o tempi passati, ma anche il ricordare – cosa che ci tocca più da vicino – da dove veniamo.

Walter McClintock, classe 1870, originario di Pittsburgh, viene incaricato da una commissione federale di svolgere una ricerca all’interno delle riserve indiane nella foresta nazionale del Montana. È il 1896 quando McClintock intraprende il viaggio che gli cambierà la vita. Un viaggio nel quale entrerà in contatto con la tribù dei Piedineri e con il suo capo carismatico: Lupo Pazzo, con il quale allaccerà un’amicizia profonda, una simbiosi che culminerà con la sua adozione proprio da parte di Lupo Pazzo. Ma non è solo un viaggio di persone, è anche un viaggio in un ambiente che ormai non esiste più, fatto di una natura straordinaria che sa sempre sorprendere le persone che come McClintock hanno i sensi vigili…
Spesso i libri che prendono spunto da un diario di viaggio risultano alla lunga noiosi e ripetitivi, ma McClintock organizza il suo resoconto unendo alla sua personale storia di integrazione nella tribù dei Piedineri il susseguirsi delle stagioni e dei ritmi che la vita all’aperto comporta. Un racconto che rende giustizia appieno ad una natura che oggi è solo un ricordo, quindi, ma c’è di più. Si può quasi dire che con questo libro, McClintock si cali in un ruolo profetico. Il libro si apre infatti con una frase emblematica: “Ero stanco del trambusto, della grigia schiavitù degli affari, da mattina a sera in un ufficio-prigione; [...] Volevo scuotermi di dosso le convenzioni sociali per lasciare le preoccupazioni e lo stress della città moderna, dove gli affari e il denaro sono lo scopo principale dell’uomo”. Se pensiamo che questa frase è stata scritta alla fine dell’800, McClintock ci appare con un occhio diverso, quasi come il precursore di un sentimento di inadeguatezza assai diffuso oggi, quello di chi si sente stretto in una scatola forse troppo piccola. Il precursore di un nuovo modo di concepire il viaggio, inteso non come villeggiatura, ma come scoperta di culture diverse. È un libro questo che infonde un forte ottimismo – non nell’uomo ovviamente, ma nella Natura. Una Natura che ridimensiona – e ne abbiamo veramente bisogno – la nostra figura e il nostro ruolo in questo mondo.
Polonia 1812. Alla vigilia della grande invasione della Russia da parte dell’esercito napoleonico, il tenente Perez, in forza al 22esimo Cavalleggeri, viene investito di una missione di estrema importanza: consegnare nel più breve tempo possibile un’importantissimo dispaccio direttamente nelle mani dell’imperatore. Quando, dopo cinque giorni di cavalcata ininterrotta e dopo aver attraversato tutta l’Europa, giunge finalmente al quartier generale dell’esercito, la situazione che gli si presenta è tutt’altro che chiara. Dopo poche ore dal suo arrivo, il tenente Perez si rende conto infatti che sta accadendo qualcosa di strano all’interno dello Stato maggiore: prima l’assassinio di un generale, poi il progressivo incarceramento di quasi tutti gli ufficiali da parte di un gruppo non ben identificato della Gendarmeria. Si ritrova così quasi involontariamente al centro di un complesso intrigo politico-militare del quale fatica a comprenderne le dinamiche. Ligio al suo dovere, il giovane tenente si vede costretto ad allearsi con la più impensabile delle persone, un’affascinante spia russa già Contessa Dobrugova. Scopo della missione: recuperare il dispaccio, che nel frattempo è andato perduto, e cercare di far luce sui misteri che si nascondono tra i corridoi dello Stato maggiore. Sarà la notte più lunga della sua vita quella che attende il tenente Perez: nelle sue mani si gioca la partita più importante per l’Impero…
Chi conosce un po’ la storia di Napoleone non potrà che rimanere affascinato dalla trama presentata da Lapo Sagramoso. Infatti Napoleone, tra le altre cose, era famoso per la sua grande capacità di inganno e dissimulazione, caratteristiche che si sposano perfettamente con il grande intrigo immaginato dall’autore che ne tesse i fili con un duetto che vede contrapposti il tenente Perez e la Contessa Dobrugova: alternandosi nelle loro storie portano inevitabilmente il lettore a schierarsi con l’uno o con l’altra nella speranza che uno dei due prevalga sull’altro. Questo romanzo storico combina elementi di pura fantasia con situazioni e personaggi realmente esistiti. Una nota particolare a questo riguardo la merita sicuramente uno degli oggetti più contesi durante questa storia, ovvero la grande mappa tattica utilizza dallo Stato Maggiore di Napoleone per visionare la disposizione delle truppe. Nella realtà si trattava della più grande carta d’Europa dell’epoca disegnata dal barone Bacler d’Albe, una mappa che in mano nemica avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi esercito e che, in questo romanzo, viene presentata come un mistero del quale si intravedono solo piccoli pezzi aumentando così la curiosità verso questo oggetto. Da ammirare il grande lavoro di ricerca svolto da Sagramoso e che permette al lettore, grazie anche ad un folto numero di note, di approfondire quegli aspetti prettamente storici che danno ad ogni storia lo spessore necessario per apparire veritera.

Luglio 777, isola di Vectis, Inghilterra. Nasce Octavus, ennesimo figlio maschio di una povera famiglia contadina. Solo cinque anni più tardi si scoprirà che nasconde una capacità tanto eccezionale quanto misteriosa nel momento in cui, senza insegnamenti, comincerà a scrivere una serie infinita di nomi e date. Febbraio 1947. Nonostante Winston Churchill sia uscito di scena dopo le ultime elezioni politiche, il Governo britannico in carica lo richiama in servizio e gli affida un compito delicato ma al tempo stesso atroce, una missione della quale solo pochi al mondo sono a conoscenza, tra questi il presidente degli Stati Uniti Harry Truman. Maggio 2009, New York. Will Piper è un brillante profiler dell’FBI con all’attivo quasi vent’anni di onorato servizio. Grazie alle sue speciali attitudini di analisi, in passato è stato in grado di risolvere alcuni dei più difficili e complessi casi di serial killer. Oggi è alle porte della pensione e con una carriera ormai stroncata da una relazione sentimentale sbagliata con una sua precedente collega, Will vive nella pigrizia e nell’alcool con un unico obiettivo: arrivare alla pensione. Non sempre i piani però vanno come si vorrebbe, e da un giorno all’altro l’agente Piper si ritrova tra le mani uno dei casi più scottanti e difficili degli ultimi anni. Infatti, nelle ultime settimane, un misterioso serial killer sta terrorizzando le strade di New York. All’apparenza tutte le vittime non hanno niente in comune se non una cartolina a loro inviata sulla quale è stampata solo una data e il disegno di una bara. È il momento per l’agente Piper di dimostrare che il suo fiuto e le sue capacità di analisi non sono ancora svaniti. Comincia così un’indagine estenuante alla ricerca di un legame tra le vittime che possa ricondurre all’assassino, che pare sempre imprendibile. Ostacolato dai “poteri forti” dell’apparato statale, l’agente Piper si ritroverà ad infrangere le regole di un gioco molto più grande di lui, al termine del quale farà un’amara scoperta: la vita che miliardi di persone hanno vissuto o che stanno attualmente vivendo è un senso unico nel quale qualche entità superiore ha già deciso tutto a tavolino…
Presentato come il caso letterario dell’anno, La biblioteca dei morti non delude le aspettative. È un fanta-thriller che coniuga sapientemente elementi esoterici con elementi prettamente polizieschi, il tutto farcito da un grande mistero che per quanto riguarda il soggetto principale del romanzo viene completamente svelato, ma che apre le porte al suo sequel – già in via di scrittura - la cui uscita è prevista per il 2010. Da un punto di vista prettamente narrativo, questo romanzo tiene letteralmente incollato il lettore alle pagine: nonostante qualche fisiologico calo di tensione, la narrazione segue un crescendo di emozioni e misteri dosati sapientemente che culmina con un finale al cardiopalma. Dal punto di vista dei contenuti invece vi sono alcuni deja-vu e non mancano i cliché – dai quali l’autore non riesce a scostarsi: in particolare la figura del profiler Will Piper e le dinamiche prettamente americane del suo personaggio sono sicuramente cose già viste. La psicologia dei personaggi è delineata forse in modo un po’ superficiale e frettoloso, ma questo però va indiscutibilmente a vantaggio del ritmo del plot. La questione sul tavolo è il libero arbitrio. Concetto questo che al termine della lettura assumerà un significato piuttosto diverso da quello a cui siamo abituati a pensare. Per chi ha voglia di andare oltre la semplice lettura di un romanzo, questo aspetto merita sicuramente un appronfondimento e il libro di Glenn Cooper potrà rappresentare un ottimo punto di partenza. Per chi invece desidera soltanto perdersi tra le pagine di un libro e dimenticarsi del mondo che lo circonda, La biblioteca dei morti è quello che ci vuole.

La famiglia Hampton ha da poco acquistato una vecchia cascina alle porte di Roma con l’intenzione di lasciare definitivamente la City per il caldo sole italiano. Quando la moglie viene trovata morta in casa, apparentemente per un banale incidente domestico, Mark Hampton si affida al suo migliore amico, l’ispettore Chris Bronson, in forza alla polizia del Kent, per assisterlo nel difficile momento del riconoscimento. Nonostante per la polizia italiana il caso sia chiuso, Chris sospetta che ci sia altro dietro la morte di Jackie. Scopre così che durante i lavori di ritrutturazione della cascina Jackie, insieme con i muratori, aveva rinvenuto un’antica ed enigmatica iscrizione latina sopra il caminetto. Prende il via quindi un’indagine che porterà Chris e la sua ex moglie Angela, già restauratrice del British Museum, a rischiare la loro vita per seguire una serie di antichi indizi. Loro malgrado si scontreranno con un terribile segreto che viene celato negli archivi del Vaticano e del quale solo pochi eletti ne sono a conoscenza da quando, nel VII secolo d.C., papa Vitaliano redasse quello che all’interno di questa ristrettissa cerchia è conosciuto come il “Codice Vitaliano”…
Un thriller a sfondo religioso che sulla carta ha tutti gli elementi per diventare un bestseller, ma che ‘cade’ su alcuni dettagli quanto meno discutibili. Se infatti gli aspetti storici – sia quelli reali che quelli di pura fantasia – sono orchestrati in maniera magistrale da Becker e inducono nel lettore quel senso di curiosità che spinge ad immedesimarsi nell’azione del libro, nascono però alcuni dubbi. Ad esempio, la presenza di un mafioso di nome Rogan lascia alquanto a desiderare; sia Chris Bronson che Angela Lewis appaiono più come due maghi che come due persone normali, estraendo dal loro cilindro nozioni e capacità al limite dell’assurdo ogni volta che si trovano in un vicolo cieco. Insomma l’idea che si ha del romanzo al termine della lettura è un po’ quella di aver letto un racconto interessante ma come tanti ce ne sono in giro, che fa cardine sulle contraddizioni della religione cristiana, un racconto che a parti pochi sprazzi di tensione, lascia il lettore abbastanza indifferente. Consigliato agli amanti del genere.

Genova, estate 2006, l’estate dei Mondiali. Salvatore e Fabio: due facce della stessa medaglia. Da una parte Salvatare, criminale di professione. Capo del clan che controlla il gioco delle macchinette dei videopoker in tutta Genova. Rispettato e conosciuto come ogni buon capo deve essere. Dall’altra Fabio, ispettore della Mobile, dedito al lavoro come solo chi ama ciò che fa può essere. Stimato da colleghi e superiori, lotta ogni giorno non solo contro il crimine, ma soprattutto con il desiderio di correre a casa ed abbracciare Gabriele, il suo figlioletto. Lacerato tra il bisogno della famiglia e la responsabilità del lavoro Fabio, ingaggerà un duello a distanza con il suo alter ego Salvatore. Un dualismo farcito di sesso, violenza ed amore che in un moderno gioco di “guardie & ladri” mette l’uno di fronte all’altro. Sarà solo uno sbaglio di Fabio, o uno di Salvatore, che potrà dare una svolta definitiva, non solo alla disputa attuale, ma alla vita di entrambi…
Opera prima di Luigi Lopiano, Una nuova vita presenta la sfida che ogni giorno polizia e criminalità giocano, gli uni contro gli altri, in una partita che sembra non avere nè vinti nè vincitori. Nell’immaginario collettivo pare semplice calarsi nella vita del criminale piuttosto che del poliziotto, ma le dinamiche che emergono da questo racconto sono estremamente più complesse. Da un lato il criminale e la sua fuga. Una ricerca quasi caotica di uno spazio, quasi un limbo, dove estraniarsi da tutto e a tutti nella speranza di non essere catturato. Dall’altro il poliziotto, stretto tra le pressioni dei capi e la responsabilità verso i propri uomini si trova non solo a combattere contro il criminale, ma anche contro lo Stato, sempre più latitante (!!). Un duello questo che si rinnova ogni giorno e che ricorda gli ultimi epici scontri hollywoodiani tra Robert De Niro e Al Pacino (“Heat – La sfida” e “Sfida senza regole”), ma, più di ogni altra cosa, da questo racconto emerge la drammatica situazione delle forze dell’ordine, forse non troppo lontana dalla realtà. Obbligati il più delle volte a sacrificare la propria vita privata per un mestiere che non solo mette a rischio la loro pelle ogni giorno, ma che li obbliga a “pagare”, nel vero senso del termine, di tasca propria per poter espletare in maniera efficace il compito a cui sono chiamati: automobile e telefono solo gli esempi più eclatanti. Una situazione al limite dell’assurdo, tanto che al lettore viene naturale chiedersi come è possibile che i criminali vengano assicurati alla giustizia se le condizioni di lavoro sono quelle presentate. Forte di uno stile privo di fronzoli, Lopiano ha la grande capacità di dar risalto ai dettagli che contano, tralasciando in maniera naturale tutto il superfluo. Ne esce una narrazione incalzante, sempre precisa, mai scontata. Un autore che, seppure alla prima esperienza letteraria, andrà seguito con attenzione.

Patrick Rush, vedovo e padre di un bambino di otto anni, è un giornalista del National Star, quotidiano di spicco di Toronto, in lenta ma inesorabile discesa professionale. Infatti, da recensore di libri qual era, si ritrova tele-dipendente, costretto a sorbirsi ore ed ore di tv spazzatura come recensore di serial-tv. Da sempre però coltiva il sogno di scrivere libri e diventare quindi parte integrante di quel mondo di autori che ogni giorno lo circondano sugli scaffali delle biblioteche e delle librerie, quasi chiamandolo per nome. Decide quindi di dare una sterzata alla sua vita quando, una sera di ritorno dall’ufficio, trova un volantino che pubblicizza uno dei tanti laboratori di scrittura che saltuariamente prendono vita in città: il Circolo Kensington. Di tutti i partecipanti al circolo, Patrick pare essere l’unico che non ha una storia da raccontare: è il classico uomo inutile che vive una vita piatta, quasi programmata fin nel minimo dettaglio, il cui unico scopo è quello di crescere il proprio figlio nel migliore dei modi. Nonostante l’inutilità del laboratorio, Patrick continua assiduo a frequentare gli incontri affascinato dalla storia raccontata da uno dei partecipanti in particolare: Angela. Sono proprio le similitudini tra la storia di Angela e la scia di morti che ultimamente un killer sconosciuto sta lasciando dietro di sè per le strade di Toronto che faranno precipitare Patrick in un tunnel sempre più stretto che lo vedrà in prima persona rischiare non solo la sua vita ma anche quella del suo unico figlio…
Breve, intenso e spaventoso: ecco tre aggettivi che descrivono pienamente questo romanzo. Un thriller che fa delle sue pagine un’arma a doppio taglio. Da un lato costringe il lettore a non mollare mai la lettura in una spirale di tensione sempre crescente, dall’altro insinua dentro di lui quelle paure ataviche che ogni giorno viviamo nelle nostre città. La grande, grandissima forza di questo libro è infatti proprio quella di far leva sulla paura, sentimento che, sopratutto chi vive nelle grandi aree metropolitane avrà provato almeno una volta. Una paura che si manifesta nella peggiore delle forme, ovvero l’ombra. Quella sensazione di essere spiati, seguiti, controllati. Sentirsi sempre non al sicuro anche all’interno della propria abitazione. Uno stato d’animo che sfocia in gesti quasi maniacali: controllare porte e finestre, girare l’angolo della strada per guardarsi indietro, sempre e comunque con quella strana e brutta sensazione di avere qualcuno alle spalle. Il ladro dei sogni è il quarto romanzo di Andrew Pyper. Ha riscosso fin da subito un grandissimo successo in Canada per poi essere pubblicato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Tra gli altri è stato anche tradotto in olandese, spagnolo, tedesco, italiano, portoghese e giapponese.

Una giovane scrittrice in erba, nipote di Lalli – ex poliziotta della Squadra omicidi ormai in pensione – ha da poco perso tutto quello che possedeva: il lavoro all’università, il fidanzato e soprattutto tutti i suoi libri. Ed è proprio la zia Lalli a diventare in breve tempo la sua ancora di salvezza, non solo per una carriera di scrittrice ormai quasi del tutto sfumata, ma anche per ridare un ordine e un senso alla sua vita privata. È durante questo periodo di ricerca, che Hilla, amica intima della zia e fresca vedova, invita entrambe per un weekend lungo in occasione dell’inaugurazione della sua nuova casa, eredità del defunto marito: Villa Ardeshir, un concentrato di stravaganze architettoniche. Con loro grande sorpresa, scopriranno che non sono sole, ma in compagnia di un’elite di personaggi di primordine della Bombay che conta. Un critico gastronomico, un genio solitario, un ballerino sensuale, una modella mozzafiato, un cuoco innovativo, una donna che da vittima è diventata opportunista, una ragazzina esuberante vogliosa di crescere in fretta, una femme fatale, e ovviamente l’investigatrice, la padrona di casa e la narratrice. Ed è proprio al culmine del weekend, quanto tutti gli ospiti attendono trepidanti il sontuoso banchetto, che si ritrovano nei piatti come unica portato il delitto…
Non a torto definita l’Agatha Christie indiana, Kalpana Swaminathan costruisce un noir lussuoso sulla falsariga di Dieci piccoli indiani, il libro giallo più venduto in assoluto al mondo (110 milioni di copie). Quello che prende vita a Villa Ardeshir è il classico delitto della camera chiusa, ovvero quella particolare situazione nella quale il delitto è compiuto in situazioni apparentemente impossibili, come ad esempio in una stanza chiusa dall’interno. Un’indagine incalzante, mai noiosa, che mette in luce i complessi profili dei sospettati, ma non solo: una nuova eroina dell’investigazione nasce dalle pagine di questo libro: Miss Lalli. Un concentrato di irriverenza e saggezza alla Mrs. Fletcher, un’investigatrice che saprà stupirci anche in futuro (già è uscito infatti un sequel, presto pubblicato anche in Italia). Per chi ama i gialli classici, questo romanzo abbina agli elementi tipici dell’investigazione l’innovativo ambiente nel quale prendono vita gli eventi. Sono infatti le note di colore della cultura indiana unite ai profumi e sapori della cucina – che piacevole innovazione – le vere protagoniste.

Ultima notte a Rio de Janeiro: un uomo in taxi, mentre torna verso il suo albergo, intravede il Cristo Redentore. Che fare? Compiacere la moglie e visitarlo o concedersi i piaceri di una notte di sesso con un trans? Una donna non può non pensare all’amore incondizionato per il proprio figlio che non c’è più mentre è sola al volante nel caos del traffico del venerdì pomeriggio: all’improvviso vede dall’altra parte della strada un bambino come il suo maltrattato, e l’ira di madre prende il sopravvento… La violenza che si cela nella solitudine e nell’arroganza trasforma un innocente bambino nel ricettacolo sessuale di un gruppo di cercatori d’oro: è Manuelito, povero bambino che diventerà lo scemo del villaggio… Una donna appoggiata a un palo della luce guarda il fiume: lui, dietro di lei, sta aspettando un amico che tarda a venire. In mano ha una birra gelata che lentamente si consuma annebbiando la mente che divaga e si perde nelle gambe di lei… E’ domenica, giorno di riposo, ma il padre sveglia il figlio e lo sprona ad inforcare la sua bicicletta: i due arrancano in un paesaggio surreale nel quale la nebbia sbiadisce ogni contorno, una tragedia che solo il fiume sa spiegare… E’ la festa di fine anno e gli invitati, 150 tra i personaggi più in vista della nazione, si ritrovano separati tra rossi e azzurri pronti per salire sulla teleferica: quando le due cabine giunte a metà percorso si incrociano, l’ebrezza della festa si tramuta in uno tragico quanto stupido epilogo…
Sono solo alcune delle situazioni che prendono corpo in questa raccolta nella quale i “luoghi”, sono il filo che unisce le tessere di un puzzle oscuro in un unico percorso. Diciannove racconti che ci portano per mano in un ambiente diverso dai soliti luoghi ameni presentati dalle guide turistiche: siamo in Brasile. Un comune paesaggio urbano contraddistinto da situazioni tanto paradossali quanto improbabili che fa da sfondo ad un Brasile più vero fatto di vita quotidiana, di crimini, di violenza, di solitudine e di speranza. Vi sono elementi ricorrenti che sottolineano le piaghe della società moderna. In primo luogo colpisce la normalità con la quale vengono presentate le violenze a sfondo sessuale, a partire dai trans sulle vie di Rio fino alla pedofilia nelle profondità del Mato Grosso, luogo che appare così remoto da sembrare immune a certe pratiche, ma che invece conferma una volta di più come la presenza dell’uomo bianco sia una sorta di malattia endemica della nostra società. Inoltre non bisogna dimenticare un altro aspetto importante che normalmente viene alla ribalta delle cronache solo in alcune situazioni: si tratta della violenza. Una violenza più privata, più esclusiva che non di grande effetto, quella che emerge dalle pagine di questi racconti. Una violenza che in parte nasce dalla grande povertà di tante zone del paese, si pensi alle favelas delle metropoli, ma anche dalla grande corruzione delle istituzioni che certo non garantiscono la salvaguardia del singolo. Una violenza che pare quasi come una valvola di sfogo, per cui, come per ogni cura, ogni giorno è necessario prenderne un po’ per evitare guai peggiori. Questi racconti, tra loro estremamente diversi, mantengono però un comune denominatore nello stile crudo, essenziale, quasi minimalista. Ogni storia ci porta sul luogo dell’azione senza preamboli o artifici. Qui il messaggio è ridotto al minimo, è l’essenza della parola. Al termine di questo percorso di diciannove tappe si ha quella classica sensazione di amaro in bocca tipica dell’insoddisfazione. Una sensazione che nasce in parte dalla consapevolezza che la vita vissuta è tutta un’altra cosa rispetto al pacchetto vacanza presentato dal tour operator di turno, una sensazione pesante che deve spingere il lettore ad approfondire in chiave privata e più personale la conoscenza di questo immenso paese.

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