“Una delle massime autorità in questione, l’FBI, ritiene serial killer un assassino che ha compiuto almeno cinque omicidi spinto da un movente sessuale, e i cui omicidi siano separati da un periodo di inattività più o meno lungo”. Più di venti biografie di assassini seriali che nel corso dell’ultimo secolo hanno funestato il quieto vivere della Gran Bretagna. Dalla Scozia all’Inghilterra passando per il Galles una serie impressionante di delitti che spesso sorprendono per la loro efferatezza e per la loro insensatezza. La fantasia nel perpetrare l’omicidio fa di questi killer la massima espressione dell’assassinio. C’è chi utilizza l’acido per sciogliere le sue vittime, chi, come se si fosse in una normale macelleria, procede a dissezionare i cadaveri per liberarsene nello sciaquone, chi archivia la propria collezione di corpi sotto le assi del pavimento tirandone fuori di tanto in tanto qualcuno per rimirarlo e poi riporlo nell’apposito scompartimento, chi usa le proprie mani per sopprimere la vita e chi invece utilizza oggetti di uso comune: una corda, un coltello, la prima cosa che capita tra le mani sul momento. In questo girone infernale di violenza, spesso è la semplice casualità a restituire gli assassini alla giustizia, una casualità che appare tanto più terribile in questo contesto nel quale intere famiglie vengono distrutte non solo dal dolore, ma anche dall’impossibilità di piangere un corpo che pare sparito nel nulla…
Chirurgico, asettico, preciso, infallibile, spietato. Così ci appare il serial killer tipo che Emiliano Di Marco illustra in questa raccolta di biografie. Una ricerca approfondita che lascia il lettore senza parole di fronte agli abissi nei quali l’uomo è capace di sprofondare. Una discesa verso l’inferno nella quale la quotidianità e la routine di gesti familiari si alternano a gesti di inaudita violenza. Sprazzi di assoluto terrore, quasi come strappi laceranti dell’anima. Appaiono così questi momenti di follia che ogni serial killer vive a suo modo ma che poi tutti, senza esclusione alcuna, vengono ricondotti ad un unico comune denominatore: l’omicidio. Una sequela di morte e sangue che giunge fino ai giorni nostri e di cui noi italiani poco o niente abbiamo appreso dai mezzi di informazione, una realtà, quella inglese, che se ridotta alle pagine di questo libro potrebbe indurre il lettore a pensare ad una nazione di folli, ma in fondo ogni luogo ha i suoi casi di pazzia, chi più e chi meno. In Gran Bretagna pare che uno studio abbia messo in relazione le fasi di stagnazione economica con i picchi di omicidi, un accostamento che visto i tempi attuali appare ancora più sinistro. Possiamo solo immaginare cosa possa covare negli animi e nelle menti distorte di serial killer potenziali o di fatto in questi ultimi anni così duri.

Il monastero di Leyre sorge a sud est di Pamplona nella regione della Navarra. La tranquilla e silenziosa vita monastica dei frati benedettini viene sconvolta quando l’abate, Pello Urrutia, scompare misteriosamente insieme ad alcune ostie consacrate trafugate dal tabernacolo del monastero. Il mistero si infittisce quando al Vescovo della diocesi viene recapitato un dito dell’abate insieme ad una quantomeno singolare richiesta di riscatto: i rapitori infatti vogliono un antico e preziosissimo reliquiario conservato gelosamente nella cattedrale di Pamplona contenente un frammento della croce del Cristo. Il giudice Lola MacHor, affiancata dall’esperto Juan Iturri, già ispettore dell’Interpol, viene incaricata delle indagini quando vengono rinvenuti due cadaveri brutalmente sfigurati alle porte di Mendigorría un piccolo paesino situato nel cuore della Navarra. Il mistero che avvolge gli omicidi cela un’inconfessabile verità che è stata nascosta negli ultimi dieci anni e coinvolge gli esponenti di spicco della diocesi…
Finalmente un thriller nel quale il colpevole rimane celato fino all’ultimo. Il grande pregio di Reyes Calderón è proprio quello di costruire una fittissima rete di particolari ed indizi tali da rendere estremamente complicata, ma al tempo stesso intrigante, la trama. I colpi di scena e la suspence non mancano di tenere il lettore sul filo del rasoio e gli elementi esoterici che più di una volta si affacciano durante l’indagine contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l’ambientazione.Non è però tutto oro quello che luccica: infatti è proprio l’eccessiva complessità a rendere la trama in qualche frangente troppo macchinosa, con il risultato per il lettore di perdersi tra le pagine di un’indagine che è sì assolutamente intrigante, ma che risulta al contempo paradossalmente soporifera quasi alla noia. Questo non pregiudica l’efficacia complessiva del romanzo, che risulta comunque piacevole ed accattivante, ma ne delinea i limiti. Spesso è la soluzione più semplice quella da prediligere, e non quella più astrusa.

Da sempre Malta conserva la reputazione mitica di isola inespugnabile. Già nel 1565 i Cavalieri Ospedalieri respinsero inesorabilmente tutti gli attacchi delle forze turco-ottamane che dal 18 maggio all’8 settembre cercarono inutilmente di conquistare l’isola. Così accadde anche durante la Seconda guerra mondiale: dall’11 giugno 1940 al 20 luglio 1943 Malta subì la più lunga serie di bombardamenti che si ricordi. Anzi, con ben 3340 incursioni aeree, detiene il non invidiabile record di luogo più bombardato del pianeta. Punto strategico basato al centro di mar Mediterraneo, Malta all’inizio del conflitto venne in parte snobbata dai vertici militari britannici presi nell’organizzazione delle difese contro gli incessanti attacchi tedeschi sul suolo britannico; poche difese antiaeree, pochi soldati di stazza, 3 aeroporti malandati. Solo con l’avanzare del conflitto e l’apertura dei nuovi fronti in Grecia e Nord Africa, Malta acquista un ruolo forse fondamentale come base di appoggio della Royal Navy impegnata nell’arduo compito di spezzare le linee di rifornimento nemiche verso il continente africano. Sull’orlo del baratro e con la minaccia sempre più concreta di un imminente invasione da parte delle forze dell’Asse, la popolazione maltese resistette strenuamente ad una condizione quasi disumana costellata da bombardamenti giornalieri, fame, distruzione ed epidemie, tanto da guardagnarsi la medaglia “George Cross”, la più alta onorificenza dell’Impero Britannico riservata all’eroismo dei civili…
James Holland presenta l’assedio di Malta dal un punto di vista degli assediati. Grazie ad un’approfondita ricerca storiografica basata su personali interviste ai protagonisti dell’epoca ed alla consultazione dei documenti ufficiali controfirmati da Churchill, è possibile rivivere quei drammatici anni che segnarono la vita dell’isola. Lo storico inglese contrappone a uno scenario globale, rappresentato dalla battaglia per il controllo del Mediterraneo, molteplici scenari privati rappresentati dalle vicende dei singoli, siano essi militari o semplici civili. Come in ogni guerra infatti salgono alla ribalta delle cronache le grandi imprese e le grandi battaglie, ma dietro ad ognuna di esse vi sono pur sempre la vita e le gesta di un singolo. Holland ha la grande capacità di fondere questi due elementi essenziali della Storia in una narrazione appassionante, ricca di dettagli storici ma mai per questo noiosa e priva di pathos. Grazie alla sua imparzialità verso gli aspetti politico/militari, Holland offre uno spunto di riflessione preciso e puntale su un capitolo così drammatico e fondamentale del secondo conflitto mondiale. Un libro che non può mancare sugli scaffali degli appassionati.

Sebastiano Caboto nasce a Venezia nel 1484, figlio di Giovanni e Mattea. Appartiene ad una di quelle famiglie che fanno del commercio marittimo la ragione stessa della propria esistenza. In seguito ad alcuni malaffari del padre, l’intera famiglia è costretta a lasciare Venezia per Bristol. Nella cittadina inglese Sebastiano perfeziona le sue tecniche di cartografo ma non solo: insieme al padre ed al fratello, viene iniziato alla navigazione. Sarà proprio insieme a loro che nel 1497 partirà sotto le insegne della Corona inglese alla ricerca di una via più breve per le indie. Il padre di Sebastiano infatti, è convinto dell’esistenza di questo passaggio che permetterebbe di raggiungere le tanto agognate isole Molucche. Questa esperienza segnerà nel profondo Sebastiano, tanto che negli anni a venire il sogno di una via diretta per queste isole rappresenterà un’ossessione che non solo metterà a repentaglio la sua vita e quella che dei marinai a lui assegnati, ma minerà il rapporto con la moglie Catalina, rapporto che solo dopo un esilio forzato riuscirà solo in parte a recuperare…
Scritto in un italiano che somiglia a quello del Cinquecento, Memorie di un cartografo veneziano è il libro per chi ama l’avventura e il mare. Francesco Ongaro infatti riporta il lettore all’epoca delle esplorazioni del continente americano, periodo nel quale le allora potenze europee quali Spagna, Portogallo e Gran Bretagna si contendevano il dominio dei mari alla ricerca di vie sempre più brevi e sicure per l’approvvigionamento delle spezie. Un libro incentrato sulla figura di Sebastiano Caboto che saprà suscitare nel lettore forti emozioni per una sfida, quella dell’uomo contro il mare, che da sempre affascina. Una sfida che Ongaro prima di tutto fa vivere attraverso le emozioni, le parole ed i pensieri del navigatore veneziano, facendone risaltare le straordinare qualità, ma mettendo anche in evidenza come spesso gli uomini capaci di grandi imprese siano a conti fatti uomini soli e che forse proprio nella loro solitudine sta racchiuso l’intero universo nel quale vivono che in questo caso è rappresentato dalla dall’oceano e dalla sua sconfinata vastità. Superato lo scoglio iniziale della scrittura ‘rinascimentale’, il lettore si ritroverà a bordo dei velieri che in quell’epoca d’oro salpavano dai porti di mezza Europa alla volta delle americhe. Sguardo fisso all’orizzonte, mano tesa sulla fronte e parare i raggi del sole e voce pronta per gridare: “TERRAAAAAAA”.

Cosa c’è dopo la morte? È da quando l’uomo ha coscienza che se lo chiede incessantemente senza trovare una risposta adeguata. Chi si affida alla fede, chi alla scienza, chi aspetta e basta.
Susie Salmon, quattordicenne violentata e fatta a pezzi dal classico vicino della porta accanto, prova per noi quell’esperienza ultraterrena che è la vita dopo la morte. Staccatasi dal suo corpo ormai marciulento, Susie vive nello spirito guardando dal suo personalissimo Cielo l’intricata ed indaffarata vita che sulla Terra si compie ogni giorno. Dal canto loro, i famigliari, “quelli che sono rimasti”, continuano una vita che ormai non sarà più la stessa. Lo sconvolgimento della sua morte ha destabilizzato dalle fondamenta quelle certezze e quei pilastri su cui la famiglia aveva costruito negli anni la propria identità. Nuove dinamiche si inseriscono quindi nella vita di tutti i giorni creando “una via nuova”. Riuscirà la famiglia Salmon a sopravvivere a questo uragano di emozioni e sentimenti?
Dolcezza e amore sono i sentimenti predominanti di questo romanzo che porta il lettore a seguire l’azione da un nuovo punto di vista. Un po’ come quando si è sulla cima di un monte e si guarda in basso, verso il paese, la vita continua e noi come spettatori impotenti seguiamo con curiosità gli eventi che si susseguono. Ma vi è anche una duplice speranza che accompagna sempre chi rimane. Da una parte il desiderio che chi ci ha lasciato ed è ormai lontano dai patimenti della carne stia meglio, dall’altra la speranza, spesso mai confessata, di non essere lasciati soli. Ed ecco che la Sebold ci viene in aiuto creando per noi quell’universo dopo la morte che rispecchia proprio i nostri più reconditi desideri.

Paul Ludwing von Hindenburg è un eroe tedesco della Prima Guerra mondiale, è il simbolo di quell’aristocrazia prussiana che da sempre fornisce ufficiali prima alla Prussia, poi all’impero tedesco. Le sue gesta vengono ricordate nel tempo grazie alle vittorie memorabili contro i russi a Tannenberg e ai Laghi Masuri. Ci viene presentata la sua dimora di Neudeck, tipico villaggio della Marca Brandeburghese. Un vecchio signore che nonostante l’estrazione nobile non disdegna qualche parola ai contadini. La sua giornata trascorre placida, quasi noiosa. Dapprima la lettura della posta seguita da una breve passeggiata. Fa seguito la gestione di alcune pratiche inerenti l’azienda agricola. Venuto il pomeriggio, una piccola siesta che prepara ai ricevimenti del pomeriggio. Ma qual è stata la carriera di von Hindenburg da quel primo trionfale giorno del 1915 nel quale il suo nome venne definitivamente accostato alla parola vittoria? Nonostante la sconfitta finale della Germania, von Hindenburg scala le gerarchie militari, ma siamo in tempo di pace e quindi il tran tran è sempre quello “ogni primavera il primo verde del Tiergarten [...]; a Pentecoste una gita a Kalmus o a Birkenreiser; il vecchio Moltke, il vecchio Kaiser”. La sua scalata verso l’alto termina con la più alta carica possibile Presidente della Repubblica di Weimar, l’ultimo Presidente, l’ultimo vero Junker…
Il quadro che Giovanni Ansaldo delinea va oltre il semplice profilo di un uomo, apre uno spiraglio su un intero periodo nel quale la figura dell’ufficiale dell’esercito si associava quasi sempre ad un titolo nobiliare, mantenendo così inalterata quella relazione di sudditanza tra la ‘carne da macello’ rappresentata dal popolino, e i figli delle buone famiglie in abito da ufficiale. Con la morte di Hindenburg, e quindi dell’ultimo Junker, sembra quasi che si dia l’addio ad un concetto di guerra ancora – forse – romantico. Nonostante la carneficina della Prima guerra mondiale, è proprio questo il profumo che si respira leggendo questo libretto. Un romanticismo spazzato via senza speranza dal secondo conflitto mondiale. La scomparsa di Hindenburg rappresenta quindi lo spartiacque tra due epoche, e azzardando un pochino, è il primo passo verso la modernità.

Anno Domini 458, Albenga, Liguria. Ascanio – appena sedicenne - lascia la famiglia per seguire lo zio Flavio Pietro, attuale primo ministro dell’Augusto Maggioriano, ed intraprendere la carriera militare col sogno di diventare un grande condottiero. Ascanio viene affidato alle sapienti mani di Eriberto, che lo inizia alle pratiche marziali, mentre nel frattempo si compiono i passi per la riconquista delle province della Gallia, della Hispania e dell’Africa. L’imperatore Maggioriano infatti sta conducendo una vasta spedizione punitiva con lo scopo di vendicare il sacco di Roma ad opera di Genserico, re dei Vandali, e liberare l’Augusta Eudoxia catturata proprio durante l’attacco. Ascanio imparerà l’arte della guerra ma non solo, anche arti più sottili quali l’intrigo e il tradimento. La vita del giovane si trasforma così da quella di un semplice ragazzino a quella di un vero e proprio avventuriero che grazie alle sue doti di fedeltà, fierezza e capacità di comando riesce sempre a catalizzare su se stesso, nel bene e nel male, le attenzioni dei potenti. Attraverso l’Europa e il Mediterraneo, fino alla capitale dell’Impero d’Oriente, Ascanio sarà testimone di eventi che cambieranno per sempre la storia. Una storia che ormai vede Roma ed il suo Impero sull’orlo dell’abisso…
Questo romanzo storico di Giulio Castelli racchiude in sé tutto quello che un appassionato di questo genere cerca: una storia avvincente, tanti tantissimi dettagli, un insieme incredibile di intrighi e tradimenti, guerre e amori. Insomma una grande opera che ci riporta ai terribili anni che segnarono la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, uno sfacelo che Castelli racconta con dovizia di particolari e con descrizioni sempre azzeccate tanto da renderlo così reale che pare di poterlo toccare con le mani. Tra i tanti spunti che questo romanzo fornisce al lettore, uno su tutti appare estremamante attuale ai giorni nostri. Si tratta della gestione della “cosa pubblica”, soffocata ormai da una burocrazia dilagante e da una corruzione al limite dell’indecenza. Maggioriano nella sua grande sapienza aveva intuito che la salvezza dell’Impero poteva venire solo da una restaurazione profonda del concetto di res publica non più al servizio della sola classe senatoriale, ma, come era stato nei tempi eroici di Roma, al servizio dei cittadini. Sentite questo passaggio del romanzo: “La burocrazia aveva ormai caratteri persecutori. Non era più una macchina al servizio dell’Impero ma un diabolico ingranaggio creatore di intralci. Invece di colpire chi si rendeva responsabile di qualche irregolarità, colpiva a caso. Il cittadino vittima di un errore, per qualche regolamento arcaico o per la distrazione di uno scrivano, non riusciva più a districarsene. Aveva la stessa possibilità di sfuggire alle pergamene di quella che si offriva al trasgressore delle leggi: corrompere un funzionario”: non sembra di essere nel 458 d.C. ma nel 2009 d.C., vero?

Louisa Waugh nasce a Berlino ma cresce in Inghilterra a Liverpool. Nel 1993, stanca di una vita sempre uguale e priva ormai di interessi, decide di intraprendere un viaggio in estremo Oriente per dare una svolta alla sua esistenza. In preda a mille paure, Louisa lascia le comodità e le sicurezze londinesi con destinazione Cina. Terrorizzata dall’aereo, decide che il suo mezzo di trasporto sarà il treno – e quale via migliore se non la Transiberiana?! Giunta al suo capolinea – Ulaanbaatar, capitale della Mongolia – ne rimane assolutamente affascinata, ma nonostante il cuore le imponga di restare il visto la richiama al suo itinerario originale, e lascia quindi con rammarico la Mongolia per la Cina. Tre anni dopo, forte di quella seppur breve prima esperienza, Louisa ritorna ad Ulaanbaatar per appronfondire le sue curiosità sulla vita e le tradizioni dei nomadi mongoli. Giunta però a destinazione scopre che il vento della modernità sta soffiando con insistenza anche a queste latitudini: è un tripudio di luci e di colori quello che Louisa riscopre per le vie della capitale, un rinnovamento non solo nelle “cose”, ma anche nelle “persone”. Non più i tradizionali deel ad esempio, ma jeans e t-shirt importati dalla Cina. Quando ormai le delusioni sembrano l’unico ricordo che porterà a casa da questa esperienza, ecco che bussa alla sua porta una novità insperata: insegnare l’inglese in un remoto villaggio mongolo. A Louisa non sembra vero e senza perdere tempo si ritrova catapultata a Tsengel, un villaggio di pastori situato sulle montagne nell’estremo ovest della Mongolia. Inizia qui il suo vero viaggio nella realtà estremamente dura della vita di un pastore mongolo. Una vita segnata da stenti e da enormi fatiche. Una vita che non risparmia nemmeno gli attriti tra persone. Louisa infatti scoprirà non solo usi e costumi della tradizione mongola, ma anche l’eterna diatriba che serpeggia tra le tre etnie presenti a Tsengel. Da una parte i Mongoli, dall’altra i Kazaki ed in mezzo i Tuvani. Tutti apparentemente coesi ed arroccati sui pendi delle montagne, ma in fin dei conti ognuno chiuso a riccio in se stesso…
Non si può certo dire che questo sia un libro avventuroso e nemmeno che la prosa della Waugh sia all’altezza ad esempio di un Colin Thubron: quello che però è certo è che il suo grande desiderio di conoscere queste persone, di integrarsi con loro, di fare parte di questa incredibile vita risulta chiaro ed evidente come i cieli blu cobalto che descrive nel suo racconto. Una grande forza che le permetterà di affrontare difficoltà che a noi, che siamo comodamente seduti sul divano a leggere, appaiono assolutamente incredibili se non assurde. Colpiscono alcuni interessanti passaggi che per chi ama le tradizioni di popoli lontani e poco conosciuti appaiono incredibilmente affascinanti. Parlo ad esempio della transumanza, durante la quale intere famiglie trasferiscono la loro abitazione in alto, sui pascoli estivi, per foraggiare con erba fresca le proprie mandrie di yak, pecore e capre; oppure la festa del Naadam, che ogni anno rinnova l’indipendenza Mongola e che consiste, tra le altre cose, in una grande competizione in tre discipline “virili”: la lotta, il tiro con l’arco e la corsa a cavallo. Un insieme di usi e costumi raccontati “da dentro”, senza pregiudizi, con la curiosità che spinge ogni viaggiatore a conoscere l’altro.

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