Azkaban, un posto come un altro dove vivere

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Dove volano gli uccelli [recensione]

Louisa Waugh nasce a Berlino ma cresce in Inghilterra a Liverpool. Nel 1993, stanca di una vita sempre uguale e priva ormai di interessi, decide di intraprendere un viaggio in estremo Oriente per dare una svolta alla sua esistenza. In preda a mille paure, Louisa lascia le comodità e le sicurezze londinesi con destinazione Cina. Terrorizzata dall’aereo, decide che il suo mezzo di trasporto sarà il treno – e quale via migliore se non la Transiberiana?! Giunta al suo capolinea – Ulaanbaatar, capitale della Mongolia – ne rimane assolutamente affascinata, ma nonostante il cuore le imponga di restare il visto la richiama al suo itinerario originale, e lascia quindi con rammarico la Mongolia per la Cina. Tre anni dopo, forte di quella seppur breve prima esperienza, Louisa ritorna ad Ulaanbaatar per appronfondire le sue curiosità sulla vita e le tradizioni dei nomadi mongoli. Giunta però a destinazione scopre che il vento della modernità sta soffiando con insistenza anche a queste latitudini: è un tripudio di luci e di colori quello che Louisa riscopre per le vie della capitale, un rinnovamento non solo nelle “cose”, ma anche nelle “persone”. Non più i tradizionali deel ad esempio, ma jeans e t-shirt importati dalla Cina. Quando ormai le delusioni sembrano l’unico ricordo che porterà a casa da questa esperienza, ecco che bussa alla sua porta una novità insperata: insegnare l’inglese in un remoto villaggio mongolo. A Louisa non sembra vero e senza perdere tempo si ritrova catapultata a Tsengel, un villaggio di pastori situato sulle montagne nell’estremo ovest della Mongolia. Inizia qui il suo vero viaggio nella realtà estremamente dura della vita di un pastore mongolo. Una vita segnata da stenti e da enormi fatiche. Una vita che non risparmia nemmeno gli attriti tra persone. Louisa infatti scoprirà non solo usi e costumi della tradizione mongola, ma anche l’eterna diatriba che serpeggia tra le tre etnie presenti a Tsengel. Da una parte i Mongoli, dall’altra i Kazaki ed in mezzo i Tuvani. Tutti apparentemente coesi ed arroccati sui pendi delle montagne, ma in fin dei conti ognuno chiuso a riccio in se stesso…
Non si può certo dire che questo sia un libro avventuroso e nemmeno che la prosa della Waugh sia all’altezza ad esempio di un Colin Thubron: quello che però è certo è che il suo grande desiderio di conoscere queste persone, di integrarsi con loro, di fare parte di questa incredibile vita risulta chiaro ed evidente come i cieli blu cobalto che descrive nel suo racconto. Una grande forza che le permetterà di affrontare difficoltà che a noi, che siamo comodamente seduti sul divano a leggere, appaiono assolutamente incredibili se non assurde. Colpiscono alcuni interessanti passaggi che per chi ama le tradizioni di popoli lontani e poco conosciuti appaiono incredibilmente affascinanti. Parlo ad esempio della transumanza, durante la quale intere famiglie trasferiscono la loro abitazione in alto, sui pascoli estivi, per foraggiare con erba fresca le proprie mandrie di yak, pecore e capre; oppure la festa del Naadam, che ogni anno rinnova l’indipendenza Mongola e che consiste, tra le altre cose, in una grande competizione in tre discipline “virili”: la lotta, il tiro con l’arco e la corsa a cavallo. Un insieme di usi e costumi raccontati “da dentro”, senza pregiudizi, con la curiosità che spinge ogni viaggiatore a conoscere l’altro.

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Category: Recensioni

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