Azkaban, un posto come un altro dove vivere

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Il risveglio [recensione]

Il risveglioClara Benning si è trasferita da qualche tempo in un tranquillo e remoto villaggio del Dorset – alla ricerca di tranquillità, ma soprattuto alla ricerca di solitudine. Quando era ancora una bambina ha avuto un tremendo incidente che le ha sfigurato parte del viso. Da allora convive con questa doppia personalità che la obbliga a sfuggire il più possibile i contatti umani, situazione questa che la porta a dedicare l’intera sua vita agli animali e all’attività di veterinaria. Ma il mondo da lei costruito sta per essere spazzato via. All’improvviso si scatena un’invasione di serpenti proprio all’interno del villaggio in cui vive e, suo malgrado, viene coinvolta nelle indagini inqualità di esperta veterinaria. Insieme a Sean North, esperto di rettili di fama mondiale, e Matt Hoare, suo vicino di casa e vicecapo della polizia locale, formeranno un quantomeno insolito team per cercare di far luce sui recenti assassini ad opera di questi rettili estremamente velenosi. Il passo è però breve e da consulente per la polizia si ritrova indagata per gli omici degli ultimi giorni. Costretta ad affrontare il confronto diretto, non solo con la polizia, ma anche con gli abitanti del villaggio, Clara si ritroverà tra l’incudine ed il martello. Cercando di sviare i sospetti su se stessa, la donna intraprenderà una rischiosa indagine personale per venire a capo non solo degli omici, ma anche di un grande mistero che ruota intorno all’incendio della chiesa locale avvenuto cinquant’anni prima e che pare stranamente collegato alla presenza dei serpenti…
Avete paura dei serpenti? Allora preparatevi una buona dose di tranquillanti prima di calarvi tra le tranquille ed alberate stradine del Dorset: rimarrete letteralmente incollati alle pagine, ma attenzione, se durante la lettura vi ritroverete a guardarvi le spalle non preoccupatevi, è solo la tensione del libro che trasuda dalle pagine. Al suo secondo romanzo, Sharon Bolton sceglie ancora una volta un personaggio femminile come fulcro della trama, costruendo intorno a Clara Benning un intrigo eccezionalmente denso di emozioni a tratti decisamente forti. Nonostante alcune dinamiche ormai trite e ritrite alle quali l’autrice non riesce a sfuggire – vedi il doppio ruolo di indagata ed indagatrice che Clara Benning si trova ad interpretare, l’atmosfera che regna durante la lettura è assolutamente terrificante e, un ameno villaggio del Dorset sogno di qualunque persona stressata in cerca di tranquillità si trasforma in luogo pericoloso, insicuro, un luogo in cui l’intrigo è il pane quotidiano. Ed è proprio l’accostamento tra l’idilliaca e fiabesca atmosfera e gli spaventosi crimini che terrorizzano gli ignari paesani il punto di forza di questo romanzo. Un contrasto talmente stridente che ad un primo impatto pare quasi inverosimile, ma che, man mano gli elementi della trama vengono alla luce ed i misteri vengono svelati, il grande puzzle dapprima indecifrabile acquista un senso definito che risponde ad un’unica parola: terrore.

La frontiera scomparsa [recensione]

La frontiera scomparsaLa ricerca – prima da bambino, poi da adulto passando per l’adolescenza – delle proprie radici, della propria identità. Un viaggio itinerante che inizia con Luis bambino in compagnia del nonno, che obbligandolo ad infrangere le regole per vivere la libertà a suo modo (una libertà fatta soprattuto di poche imposizioni) formerà con il tempo un giovane comunista che, affascinato della figura carismatica del Che, ne vuole seguire le orme. Si scontrerà invece con la dura legge del carcere, con le torture e le umiliazioni più terribili. Una volta rilasciato ed  in procinto di lasciare il Cile per un esilio forzato, Luis da il suo personalissimo saluto al proprio “vecchio” che con il pugno alzato lo saluta dall’esterno dell’aeroporto. Un viaggio a ritroso nel tempo ricordando con dolcezza i tempi in cui, lui e il padre, viaggiano verso il sud e verso quella fine del mondo che ha come nome Puerto Montt. Diventato ormai uomo, Luis intraprente un pellegrinaggio zaino in spalla che dal Cile lo porterà in Argentina, Bolovia, Uruguay, Ecuador. Un viaggio all’inseguimento di un unico grande obiettivo, che però appare ogni volta irrangiungibile, ovvero raggiungere Martas, in Andalusia, paese di origine della sua famiglia…
Con sullo sfondo la terribile dittatura cilena e il conseguente regine di terrore costellato di torture, sparizioni, ingiustizie, Luis Sepulveda affronta il tema del viaggio come ricerca personale e come scoperta del nuovo, e trova in questo libro una sua dimensione quasi perfetta. Infatti, da un lato racconta il viaggio interiore compiuto per dare una risposta a quesiti che assillano da sempre l’uomo: chi sono, da dove vengo, dove vado. A questo viaggio interiore si abbina il viaggio fisico che l’autore intraprende attraverso l’America latina. Un viaggio che a volte pare senza meta, sempre in bilico tra il fallimento e l’utopia di raggiungere la meta finale, come se bastasse un niente per vanificare tutti gli sforzi compiuti. È così che “il biglietto per andare da nessuna parte” diviene il passaporto per ritrovare quella grande entità che è la famiglia, unico vero baluardo contro le brutture che la società impone alla maggior parte degli individui. Un grande messaggio di amore per la propria terra, per le proprie radici.

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