Sep 29, 2009
L’ora di Sertorio [recensione]
80 a.C. Roma e la sua politica repubblicana sono ormai al collasso: le lotte interne per il potere, le rivalità tra Consoli, le vendette e gli intrighi sono all’ordine del giorno. La fazione di Mario è in lotta fratricida con quella di Silla e la provincia ispanica si ribella al predominio romano. È in questo frangente che il generale Quinto Sertorio lascia Roma per sfuggire alle vendette di Silla, prima in Africa del nord poi, successivamente, in Lusitania: qui si ritrova a capo di un piccolo esercito formato in parte da legionari romani e in parte da guerrieri lusitani. Sertorio racchiude in sè tutte le doti che fanno di un combattente un ottimo generale: capacità di comando, grande presenza fisica, lungimiranza, intelligenza e tattica, tutte doti che portano Sertorio ad unire romani e barbari per combattere gli eserciti che via via Roma manda per ripristinare l’ordine. Sarà l’umità l’arma vincente di Sertorio: infatti – in barba agli insegnamenti militari romani – capisce che l’unico modo per vincere questa guerra ed unificare i territori hispanici è quello di adottare la guerriglia come stile di guerra. Ma la lunga mano di Roma si estende anche sui territori hispanici e la troppa fiducia nei suoi uomini porterà Sertorio al centro di un intrigo il cui fine è proprio lui stesso…
João Aguiar organizza questo romanzo storico in tre atti, tre parti legate tra loro da personaggi comuni che hanno tutti a che fare con il vero protagonista, ovvero Quinto Sertorio. Un grande lavoro di ricerca ci presenta il generale in contesti diversi, dapprima in una Roma repubblicana schiacciata dagli intrighi per voce del filosofo minore greco Eumenio di Rodi; successivamente è il suo luogotenente più fidato, Lucio Irtuleio, che ci parla degli avvenimenti che in seguito al ritorno di Mario a Roma lo portano a servire il generale; ed infine è Medamo, figlio adottivo di Eumenio, si ritrova anche egli arruolato nella guadia personale di Sertorio nella campagna nella terra hispanica. Una riflessione pare logica una volta chiuso il libro: il lettore si domanderà cosa è cambiato in questi duemila anni nella politica romana. Forse l’unico vero cambiamento è che oggi non è possibile ricorrere a vendette crudeli e decapitazioni per rifarsi di uno sgarbo, ma quanto ad intrighi e sottorfugi, la politica di Roma di quel periodo (tra il 100 e il 70 a.C.) non ha niente da invidiare a quella attuale, e ovviamente viceversa. Il grande valore di ogni libro storico non è solo quello di far rivivere al lettore gesta eroiche o tempi passati, ma anche il ricordare – cosa che ci tocca più da vicino – da dove veniamo.
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