80 a.C. Roma e la sua politica repubblicana sono ormai al collasso: le lotte interne per il potere, le rivalità tra Consoli, le vendette e gli intrighi sono all’ordine del giorno. La fazione di Mario è in lotta fratricida con quella di Silla e la provincia ispanica si ribella al predominio romano. È in questo frangente che il generale Quinto Sertorio lascia Roma per sfuggire alle vendette di Silla, prima in Africa del nord poi, successivamente, in Lusitania: qui si ritrova a capo di un piccolo esercito formato in parte da legionari romani e in parte da guerrieri lusitani. Sertorio racchiude in sè tutte le doti che fanno di un combattente un ottimo generale: capacità di comando, grande presenza fisica, lungimiranza, intelligenza e tattica, tutte doti che portano Sertorio ad unire romani e barbari per combattere gli eserciti che via via Roma manda per ripristinare l’ordine. Sarà l’umità l’arma vincente di Sertorio: infatti – in barba agli insegnamenti militari romani – capisce che l’unico modo per vincere questa guerra ed unificare i territori hispanici è quello di adottare la guerriglia come stile di guerra. Ma la lunga mano di Roma si estende anche sui territori hispanici e la troppa fiducia nei suoi uomini porterà Sertorio al centro di un intrigo il cui fine è proprio lui stesso…
João Aguiar organizza questo romanzo storico in tre atti, tre parti legate tra loro da personaggi comuni che hanno tutti a che fare con il vero protagonista, ovvero Quinto Sertorio. Un grande lavoro di ricerca ci presenta il generale in contesti diversi, dapprima in una Roma repubblicana schiacciata dagli intrighi per voce del filosofo minore greco Eumenio di Rodi; successivamente è il suo luogotenente più fidato, Lucio Irtuleio, che ci parla degli avvenimenti che in seguito al ritorno di Mario a Roma lo portano a servire il generale; ed infine è Medamo, figlio adottivo di Eumenio, si ritrova anche egli arruolato nella guadia personale di Sertorio nella campagna nella terra hispanica. Una riflessione pare logica una volta chiuso il libro: il lettore si domanderà cosa è cambiato in questi duemila anni nella politica romana. Forse l’unico vero cambiamento è che oggi non è possibile ricorrere a vendette crudeli e decapitazioni per rifarsi di uno sgarbo, ma quanto ad intrighi e sottorfugi, la politica di Roma di quel periodo (tra il 100 e il 70 a.C.) non ha niente da invidiare a quella attuale, e ovviamente viceversa. Il grande valore di ogni libro storico non è solo quello di far rivivere al lettore gesta eroiche o tempi passati, ma anche il ricordare – cosa che ci tocca più da vicino – da dove veniamo.

Walter McClintock, classe 1870, originario di Pittsburgh, viene incaricato da una commissione federale di svolgere una ricerca all’interno delle riserve indiane nella foresta nazionale del Montana. È il 1896 quando McClintock intraprende il viaggio che gli cambierà la vita. Un viaggio nel quale entrerà in contatto con la tribù dei Piedineri e con il suo capo carismatico: Lupo Pazzo, con il quale allaccerà un’amicizia profonda, una simbiosi che culminerà con la sua adozione proprio da parte di Lupo Pazzo. Ma non è solo un viaggio di persone, è anche un viaggio in un ambiente che ormai non esiste più, fatto di una natura straordinaria che sa sempre sorprendere le persone che come McClintock hanno i sensi vigili…
Spesso i libri che prendono spunto da un diario di viaggio risultano alla lunga noiosi e ripetitivi, ma McClintock organizza il suo resoconto unendo alla sua personale storia di integrazione nella tribù dei Piedineri il susseguirsi delle stagioni e dei ritmi che la vita all’aperto comporta. Un racconto che rende giustizia appieno ad una natura che oggi è solo un ricordo, quindi, ma c’è di più. Si può quasi dire che con questo libro, McClintock si cali in un ruolo profetico. Il libro si apre infatti con una frase emblematica: “Ero stanco del trambusto, della grigia schiavitù degli affari, da mattina a sera in un ufficio-prigione; [...] Volevo scuotermi di dosso le convenzioni sociali per lasciare le preoccupazioni e lo stress della città moderna, dove gli affari e il denaro sono lo scopo principale dell’uomoâ€. Se pensiamo che questa frase è stata scritta alla fine dell’800, McClintock ci appare con un occhio diverso, quasi come il precursore di un sentimento di inadeguatezza assai diffuso oggi, quello di chi si sente stretto in una scatola forse troppo piccola. Il precursore di un nuovo modo di concepire il viaggio, inteso non come villeggiatura, ma come scoperta di culture diverse. È un libro questo che infonde un forte ottimismo – non nell’uomo ovviamente, ma nella Natura. Una Natura che ridimensiona – e ne abbiamo veramente bisogno – la nostra figura e il nostro ruolo in questo mondo.
Polonia 1812. Alla vigilia della grande invasione della Russia da parte dell’esercito napoleonico, il tenente Perez, in forza al 22esimo Cavalleggeri, viene investito di una missione di estrema importanza: consegnare nel più breve tempo possibile un’importantissimo dispaccio direttamente nelle mani dell’imperatore. Quando, dopo cinque giorni di cavalcata ininterrotta e dopo aver attraversato tutta l’Europa, giunge finalmente al quartier generale dell’esercito, la situazione che gli si presenta è tutt’altro che chiara. Dopo poche ore dal suo arrivo, il tenente Perez si rende conto infatti che sta accadendo qualcosa di strano all’interno dello Stato maggiore: prima l’assassinio di un generale, poi il progressivo incarceramento di quasi tutti gli ufficiali da parte di un gruppo non ben identificato della Gendarmeria. Si ritrova così quasi involontariamente al centro di un complesso intrigo politico-militare del quale fatica a comprenderne le dinamiche. Ligio al suo dovere, il giovane tenente si vede costretto ad allearsi con la più impensabile delle persone, un’affascinante spia russa già Contessa Dobrugova. Scopo della missione: recuperare il dispaccio, che nel frattempo è andato perduto, e cercare di far luce sui misteri che si nascondono tra i corridoi dello Stato maggiore. Sarà la notte più lunga della sua vita quella che attende il tenente Perez: nelle sue mani si gioca la partita più importante per l’Impero…
Chi conosce un po’ la storia di Napoleone non potrà che rimanere affascinato dalla trama presentata da Lapo Sagramoso. Infatti Napoleone, tra le altre cose, era famoso per la sua grande capacità di inganno e dissimulazione, caratteristiche che si sposano perfettamente con il grande intrigo immaginato dall’autore che ne tesse i fili con un duetto che vede contrapposti il tenente Perez e la Contessa Dobrugova: alternandosi nelle loro storie portano inevitabilmente il lettore a schierarsi con l’uno o con l’altra nella speranza che uno dei due prevalga sull’altro. Questo romanzo storico combina elementi di pura fantasia con situazioni e personaggi realmente esistiti. Una nota particolare a questo riguardo la merita sicuramente uno degli oggetti più contesi durante questa storia, ovvero la grande mappa tattica utilizza dallo Stato Maggiore di Napoleone per visionare la disposizione delle truppe. Nella realtà si trattava della più grande carta d’Europa dell’epoca disegnata dal barone Bacler d’Albe, una mappa che in mano nemica avrebbe fatto la fortuna di qualsiasi esercito e che, in questo romanzo, viene presentata come un mistero del quale si intravedono solo piccoli pezzi aumentando così la curiosità verso questo oggetto. Da ammirare il grande lavoro di ricerca svolto da Sagramoso e che permette al lettore, grazie anche ad un folto numero di note, di approfondire quegli aspetti prettamente storici che danno ad ogni storia lo spessore necessario per apparire veritera.

Recent Comments