Dec 1, 2008
La schiava bambina, di Bah Diaryatou
Ecco uno di quei libri che se non tutti almeno in tanti dovrebbero leggere, donne e uomini nessuno escluso.
Una storia, vera, di una delle tantissime donne che ancora oggi, come ieri e probabilmente come domani, vengono cresciute e mantenute doverosamente nell’ignoranza con l’unico scopo, assai ben raggiunto, di annullarle, schiavizzarle, abusarne e chi più ne ha più ne metta.
Un libro questo, denso di emozioni negative che, per chi non ne è immune, fanno male. Fanno male dentro, perchè all’ingiustizia non c’è giustificazione, e quando l’ingiustizia si trasforma in schiavitù allora abbiamo veramente raggiunto il fondo.
Ovviamente se ho letto questo libro è perchè la storia, questa storia, ha un finale diverso dalla solita morte silenziosa tra 4 mura di una casa-prigione, è una fine-inizio che lascia una speranza, che lascia intravedere quel lumicino che ognuno di noi vuole poter vedere la in fondo nel buio, quel lumicino che ci da una speranza anche se misera, anche se impercettibile, ma è pur sempre una speranza, ed è con questa speranza che si deve vivere, perchè c’è sempre un’uscita anche quando tutto è nero.
È l’ottobre del 2003. In un monolocale di quindici metri quadri, in un sobborgo alle porte di Parigi, una ragazza infreddolita fissa assente un piccolo televisore. Sullo schermo scorrono le immagini, ma lei non le vede, i suoi occhi sono vuoti, il suo cuore batte ma non sente più nulla. Persino i lividi non le fanno più male. Passano i giorni. Nella dispensa c’è solo pane e latte. E quello che resta di cento euro che – così ha detto partendo il marito della donna – devono durare due mesi. D’un tratto, la ragazza sente una voce. È una voce che potrebbe essere la sua, e racconta la sua stessa vita. Sposata dai genitori a 14 anni a un uomo di trent’anni più vecchio di lei, deportata in Europa dall’Africa per essere stuprata, picchiata e umiliata, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, in un incubo senza fine. Ma la voce di donna che viene dalla televisione racconta anche qualcosa di inimmaginabile: da una vita così si può fuggire. Si può chiedere aiuto, si può scappare. La giovane donna ora sa cosa deve fare. Deve alzarsi, uscire, parlare, piangere, spiegare. E ricominciare a vivere. Solo così potrà ricordare chi è, ritornare al suo villaggio in Guinea, chiudere gli occhi e rivivere i giorni felici con la nonna, che l’ha cresciuta come una vera madre, anche se non ha saputo evitare che le venisse inflitta l’usanza spietata dell’infibulazione. Solo così potrà cercare di curare quelle ferite che urlano tutto il suo dolore.
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