Oggi è il primo giorno di nebbia e per celebrare l’avvenimento posto un raccontino che scrissi lo scorso inverno proprio in una di quelle mattina dove non vedo al di là del naso.
Sento odi lontane che giungono a me smorzate come un rantolo di un morente, ascolto con attenzione, ma non riesco a distinguare i versi che mi giungono.
Resto fermo immobile mentre lentamente vengo ricoperto da uno strato di gocce gelide che si aggrappano ad ogni centimetro del mio corpo, uno spasmo mi coglie all’improvviso seguito da un’onda di goccioline che si irradiano intorno, sono protesi in avanti, in religioso silenzio, ecco finalmente distinguo qualcosa, qualche verso, mi sembrano voci in lontananza.
Chiudo gli oggi occhi per concentrarmi meglio.
Finalmente le prime parole comprensibili mi raggiungono, sì, riesco a distinguere chiaramente una serie di bestemmie scagliata con la violenza di chi è già esperto del mestiere, ma non capisco a chi sono rivolte, cioè sicuramente un’indirizzo ce l’hanno ed anche ben preciso, ma manca la causa scatenante, non capisco.
Muovo i primi passi verso quella che mi sembra la direzione da cui provengono le voci.
Mi muovo lentamente attento a non fare rumore, attento ad ogni passo, mi guardo intorno prima di muovere un piede cercando un appoggio sicuro, prima il destro, poi il sinistro e avanti così per istanti interminabili.
Le voci continuano il loro salmo, ma mi sembrano sempre alla stessa distanza non capisco.
Un’allucinazione? Mi sembra di aver visto qualcosa, sì dovrei essere sulla strada giusta.
In questo cammino al rallentatore la mente si perde confusa in un turbinio di pensieri, l’infanzia con i suoi ricordi dolci ed ovattati di scorribande alla stazione del treno, dei guai e delle sberle in testa, l’adolescenza con le corse in bici, le prime amiche, la macchina, e poi l’età adulta. Ferma tutto è ancora presto per quella.
Quasi senza accorgemente urto contro un ostale e vengo investito da un campionario di “madonne� da far impallidire anche un morto.
Cerco di capire dove sono e chi è che urla.
Caspita ma cosa vedo, un bel tavolino con 4 sedie ed una bella combricola di reperti archeologici che gioca a carte.
“Buongiorno signori.�
“E che cazzo non vede che stiamo giocando!�, mi urlo dei quattro.
Beh sì, in effetti stanno giocando, ma a cosa, penso io.
“Scusate l’interruzione, ma fino a qualche minuto fa sentito come una serie di voci che proveniva da questa parte così mi sono avvicinato. Spero di non aver disturbato?�
“Eh porco xxx ti ho detto che devi stare attento a quelle a carte non vedi cosa ha giocato Gino?!!!�
Forse non ha sentito, mi dico.
Adesso mi fermo un po’ per capire che cosa succede qui, certo è che la situazione è decisamente fuori dal comune, non ho mai visto giocare a carte all’aperto a gennaio.
Guardo con interesse le mani sfrecciare in “strozzate� paurose, il tavolo trema, la velocità rasenta quella di un jet al decollo. A volte sono perfino accompagnate da scoregge da sforzo. Si vede che ci credono sti quattro.
Certo che star qui seduti al freddo non deve essere il massimo per l’artitre, io per lo meno sto gelando.
Cerco di attaccare pezza di nuovo: “Scusate l’intromissione ma a cosa state giocando?�
Non l’avessi mai chiesto, uno dei quattro si gira, non lo vedo proprio bene, però capisco dalla smorfia insofferente che proprio si è rotto i coglioni: “Ascolta giovanotto qui si sta giocando seriamente, lè un torneo ed briscola et cà pii?�
Il tizio si rigira e smazza un po’ le carte che ha in mano, a me però non sembra briscola, è vero che strozzano come si piovesse, però c’è qualcosa che non quadra.
Cerco di analizzare la situazione, allora quattro giocatori, tutti vecchi e con il cappello, un mazzo di carte da briscola o almeno così mi sembra, bestemmie a raffica, sì in effetti potrebbe essere.
Ora devo solo sciogliere l’ultimo dubbio, parto deciso questa volta: “Mi scusi se la interrompo ancora – il tipo stavolto si gira veramente incazzato – ma mi deve spiegare una cosa, come fate a giocare a carte se non si vede niente?�
La domanda coglie impreparato l’anziano che sembra non trovare le parole, io aspetto in attesa di risposta.
“Mi ascolti bene giovanottoâ€? – inizia il tipo, evidentemente gli piace sto termine, mi ricorda quando ero piccolo, va beh non divaghiamo – “fat i caz tò xxx bèstia!!!â€?, mi dice ringhiando tra i denti.
Questa volta mi sa che si sono veramente incazzati.
Rimango perplesso, comunque il messaggio è chiaro è meglio togliersi dalle palle.
Mentre ritorno indietro penso ai quei quattro dell’ave Maria, e continuo a chiedermi, ma come cavolo fanno a giocare a carte se con questa nebbia non si vedevano nemmeno in faccia?
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