Walden #1

Leggere bene — e cioè leggere libri veri — è un nobile esercizio che occuperà il lettore più di qualunque altro esaltato dalla moda del giorno. Ciò richiede un allenamento pari a quelli cui si sottoponevano gli atleti, un proposito costante che duri quasi tutta la vita. I libri bisogna leggerli con la prudenza e la riservatezza con cui furono scritti, poiché c’è un salto considerevole tra la lingua parlata e la lingua scritta, tra lingua udita e lingua letta: normalmente, la prima è transitoria, un suono, un linguaggio, un semplice dialetto quasi animale, che impariamo come bruti, incoscientemente, succhiando il latte materno; la seconda è la maturità e l’esperienza della precedente. Se la prima è la nostra lingua madre, la seconda è la nostra lingua padre, espressione scelta e riservata, troppo densa di significati per essere appresa dalle orecchie; e per parlarla noi dobbiamo rinascere.

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Auto-che?

Il tripudio auto celebrativo dell’amministrazione del mio comune è un qualcosa a metà tra il commovente e l’indecente.

Fedeli al mantra del “se lo ripeto allora è vero” l’amministrazione tutta non perde occasione per promuovere tutte le “belle” cose che il suo lavoro produce sul territorio. Le ultime, in ordine cronologico, vedono il nostro Sindaco, in compagnia dell’assessore di turno, impegnati in eventi mondani per l’inaugurazione  di opere stradali. Una rotonda, un sottopasso….

Qualcuno vocifera che a maggio avremo un paio di eventi per l’inaugurazione di un segnale di stop ed un paracarro in una delle frazioni.

Insomma, in barba al bilancio fallimentare e costantemente in rosso pompeano, i nostro amministratori continuano imperterriti ad inanellare un successo dietro l’altro.

Noi cittadini d’altronde, attendiamo con ansia questi eventi sociali e mondani nei quali sfoggiare il nostro storico senso di appartenenza alla comunità.

Panem et circenses.

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Chessaramailapioggia

E si avventurarono da basso, a dispetto degli elementi avversi, per la consueta corsa.

35 minuti al gelo, sferzati da pioggia ghiacciata e dura come grandine. Sensazione sublime di libertà. Però all’asciutto piace di più #sapevatelo!

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Midwest padano

Poi arrivi alla fine di queste giornate nelle quali un cielo da Midwest Padano, di un blu cobalto, solcato da nuvolette sparse, incornicia un sole primaverile già caldo. I fumi dell’alcool mischiati alle essenze del barbecue portano all’ozio sfrenato. Le forze le abbiamo lasciate e casa e non rimane che un unica via: quella dell’abbandonarsi orizzontali affondando le membra nella nuda e fredda terra.

Le risate echeggiano nell’aria, le urla dei bambini disegnano corse sul prato e tra un pianto ed un abbraccio riparatorio, il mondo corre inesorabile verso la sua fine.

Pensi che forse ci sia ancora qualche possibilità. No, non è vero. Ti godi solo queste ore, lasciando che i pensieri escano dalla mente e salgano al cielo per ricadere come pioggia nella speranza che portino frutto.

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Don McCullin

Ieri abbiamo visto il film/documentario su Don McCullin, fotografo che già conoscevo e che ho sempre apprezzato per la qualità sia del suo lavoro fotografico che per lo splendido bianco e nero delle sue stampe.

Durante la visione del film non ho potuto fare a meno di guardare in faccia questo uomo. Appare fin da giovane come una persona distrutta, dilaniata dalla vita. Lo sguardo che traspare a 20, 30 o 70 anni ha sempre quella patina di sofferenza interna di un uomo travagliato forse incapace di riconciliarsi prima di tutto con se stesso.

Alla domanda: “ma di notte ha incubi?” la risposta mi ha sinceramente sorpreso. “No, solo di giorno quando la mente è vigile”.

Non ricordo quante guerre ha seguito, ma è emblematico il passaggio alla fine del film quando immerso nella campagna inglese ricorda come anche in quel contesto idilliaco, basta un niente per riportarlo in prima linea. E allora penso a tutti quelle persone che per anni hanno vissuto i teatri di guerra a come possano vivere il resto dei loro giorno e a riconciliarsi con un mondo ed una vita che ha cercato in ogni modo di terminarli.

Impossibile.

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Come ci salveremo?

Sempre più spesso mi chiedo come ci salveremo da noi stessi. L’unica e desolante risposta che ho sempre pronta è: non ci salveremo, è impossibile.

E non si tratta del mio pessimismo cosmico, ma una constatazione data dai fatti che ogni giorno si apprendono. Una varietà enorme di fatti che risulta impossibile stilarne una statistica. Quello che però è evidente a chi sa guardare è come la curva di tutto questo è costantemente in salita e all’orizzonte non si intravede veramente nulla che possa invertire o modificare l’andamento di questa curva.

In questo momento tra le 1000 cose che galleggiano nel mare magnum di merda nel quale viviamo, alcune mi sono più evidenti di altre: la stupidità da una parte e l’arroganza dall’altra. Due parole che nella stessa frase devono veramente incutere paura. Messe insieme formano una miscela esplosiva incontrollabile.

Penso allora alla mia infanzia ed alla mia adolescenza alla ricerca di punti di contatto rispetto ai tempi odierni. Cerco di scavare nella memoria alla ricerca di quei “fatti” comuni che quando si è giovani e spavaldi si è portati a fare e sì trovo delle similitudini, ma il contesto nel quale accadevano tali cose era profondamente diverso. Rimaneva prima di ogni altra cosa un duplice sentimento di rispetto/paura per il più “vecchio” che rappresentava spesso un deterrente o quanto meno un monito che ognuno aveva sempre chiaro nella propria mente. Lo spauracchio della punizioni e delle privazioni. L’onta di eventuali figure di merda di fronte alla comunità. Oggi non esiste nulla di tutto ciò.

L’imperante elogio dell’io e del solo io. L’elevazione ad ogni età del singolo come unico artefice del tutto sta creando mostri paurosi. L’assenza dilagante di regole sta plasmando una società fondata solo sull’eccesso.

Come diceva un famoso slogan: un futuro radioso ci attende domani.

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Buio

Stasera è veramente buio. Tutta la casa è al buio, solo una piccola lampada sulla scrivania delle studio illumina debolmente la stanza. In sottofondo il mantra che da qualche mese mi sta trapanando il cervello. Forse è per quello che non riesco a mettere in fila due pensieri che siano due. E’ come quando cerchi di infilare qualcosa in una borsa già stracolma, le uniche due possibilità che hai sono o far esplodere la borsa o rinunciare ad aggiungere altro.

Non so bene quale sarà la mia prospettiva, quel che so per certo è che non riesco a mettere insieme pensieri costruttivi. La stanchezza, prima di tutto mentale, mi attanaglia, ed il risultato complessivo è un lento ma inesorabile avviluppamento su me stesso.

Me ne sto qui solo, seduto alla scrivania stanco di non riuscire a pensare, stanco di non riuscire a fare nulla, ma allo stesso tempo stanco di pensare a qualunque cosa perché qualunque cosa mi stanca. E’ una situazione terribile dalla quale già in passato sono transitato e dalla quale non so come uscirne. Tra un giorno sarà già lunedì e l’incessante macchinario di cui faccio parte si rimetterà in movimento ed io non potrò fare a meno che correre all’interno della ruote per criceti che mi hanno dato.

Forza e coraggio perché diversamente non saprei.

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Iron Fist

Netflix è il male! Ma no dai è anche il bene sopratutto quando vuoi lobotomizzarti senza troppa fatica e decidi quindi di spararti un’overdose di serie tv.

L’ultima in ordine di tempo è proprio Iron Fist, nata da una collaborazione tra la Marvel e Netflix, ci presenta l’ennesimo supereroe in preda come sempre ad una crisi d’identità. Devo dire che a parte un paio di episodi un po’ lofi, la serie mantiene un elevato livello di tensione tanto da impedirti di lasciare il divano. Come spesso accade, una fine che non accontenta nessuno, del resto bisogna in una qualche maniera finire lasciando intendere già qualcosa della successiva serie se no il marketing che cavolo ci starebbe a fare?

Personalmente mi è piaciuta! Ho apprezzato tantissimo le location newyorkesi, il mood generare delle immagini, insomma rispetto ad altre esperienze Marvel e/o Netflix, Iron Fist merita di essere visto tutto d’un fiato!

Per approfondimenti sulla  serie e sui personaggi:

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Lezioni di vita

Ieri sera eravamo a Bologna per l’annuale tappa del Banff. In programma 10 film tra le decine che lo scorso autunno hanno partecipato al festival nella cittadina canadese.

Al di là della proposta, che personalmente ho reputato non all’altezza della nomea del festival, ma, come si dice in questi casi, de gustibus, un film in particolare mi ha disturbato per alcuni pensieri che il protagonista esprime.

Sto parlando di “Doing it scared“. Film che vede protagonista il climber Paul Pritchard che, come spesso accade, ritorna sui suoi passi per affrontare le proprio personali paure, in questo caso, ritorna sul luogo dove, 20 anni prima, fu vittima di un incidente gravissimo che lo ha lasciato parzialmente paralizzato. Stiamo parlando del Totem Pole, un pilastro di roccia strepitoso a picco sul mare nella regione della Tasmania. L’ambiente è veramente spettacolare e pensare di essere sospesi a picco sull’oceano… beh mette i brividi.

Tant’è che la trama vede Pritchard, coadiuvato da alcuni amici, che tra l’altro si sono inventati una specie di carrucola per trazioni per permettergli la risalita con un solo braccio lungo le corde, tentare la scalata del pilastro per esorcizzare quella terribile esperienza. Ora fin qui tutto bene, al di là dell’opportunità o meno di imbarcarsi in un’impresa che già ti è costata quasi la vita una volta, quello che invece non va bene è come nelle varie clips dove viene intervistato, Pritchard lanci accuse a questa società rea di rendere la vita alle persone come lui impossibile, esiliandoli, complicando l’esistenza, ecc.

Beh io penso, ma anche no! Se da un lato posso apprezzare la sua enorme forza fisica e fibra morale per essersi imbarcato in un’avventura tutt’altro che semplice, dall’altro dico: sono cazzi tuoi! Non te l’ha ordinato il dottore, nè oggi, nè vent’anni fa.

Sei un climber e devi accettare quindi la possibilità che da una parete tu a casa non torni, è nelle regole del gioco, puoi girarla come vuoi, ma quando sei là fuori lo devi mettere in conto. Se non lo vuoi fare i casi sono due: o sei incosciente o sei uno stupido. Una volta che hai preso atto delle regole di base poi devi accettare le eventuali conseguenze non recriminare sul cosa e sul perchè qualcosa sia andato storto.

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Gente da treno

Sono ormai più di 3 anni che almeno una volta settimana prendo il Frecciarossa da Reggio Emilia alla volta di quella ridente e grigia città che risponde al nome di Malano.

In tutto questo tempo ne ho viste veramente di ogni, ma più di tutte ci sono 2 tipologie di persone che proprio mi mandano fuori di testa.

La prima è quella che nonostante tutti i posti siano assegnati te la ritrovi seduta al tuo di posto. Ma io dico, vuoi guardare fuori dal finestrino mentre viaggi? Vuoi essere girato nel senso di marcia? Vuoi startene seduto vicino vicino al tuo compagno/a di viaggio? Bene, quando compri quel cazzo di biglietto scegliti li posto! La variante di questo tipo di persona è lo stordito che pretende di essere seduto dove stai tu nonostante il biglietto dica il contrario, a volte è capitato anche che qualcuno avesse sbagliato treno, cioè invece che Italo la Freccia, e pretenda di sedere dove stai tu. Roba da mààt!

La seconda è quella che quando passi Lodi comincia a salirgli la pressia del cartellino e allora, insieme ad altre decine di persone come lui, comincia la lenta risalita del treno dai vagoni merce, come li chiamo io, alla business. Del resto 11 carrozze sono una certa distanza e piuttosto che farsele una volta arrivati in stazione, è molto ma molto meglio rompere i coglioni a tutti ed intasare la corsia centrale.

Ieri l’ennesima riprova con l’aggravante che la moltitudine assiepata lungo la corsia centrale si è scontrata con quelle povere criste di stewards che dovendo pur fare il loro lavoro nel servire i generi di prima necessità ai passeggeri, si sono trovate loro malgrado a dover fare i salti mortali per poter compiere il loro lavoro, con la gioia ovviamente di tutti i passeggeri a cui sono stati rotti i coglioni con valige in testa, borsate sulle spalle, ecc. ecc.

W l’itaglia.

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