La bottega dell’antiquario

Passato un lungo suburbio di case di mattoni rossi – alcune con qualche zolla di giardino, in cui la polvere di carbone e il fumo delle fabbriche annerivano le foglie accartocciate e i fiori senza bellezza, e in cui la stentata vegetazione ammalata e languente sotto il caldo respiro delle fornaci rendeva quel luogo con la sua presenza più triste e insano della stessa città –, passato un lungo suburbio, solitario e malinconico, giunsero, a piccoli passi, in una lugubre contrada, dove non si vedeva crescere un filo d’erba, dove neppure una gemma manteneva una sua promessa primaverile, dove nulla di verde poteva vivere, tranne che sulla superficie degli stagni paludosi, che qua e là esalavano dei pigri vapori accanto alla strada nera.

Come si furono spinti più innanzi nell’ombra di quel luogo funesto, il suo influsso triste e deprimente invase i loro spiriti e li riempì di malinconiche immagini. Da ogni lato, fin dove l’occhio poteva giungere nella fosca distanza, alti camini, in gruppi che si soverchiavano, e presentavano la infinita ripetizione della stessa brutta e pesante forma, che era come l’incubo d’un sogno opprimente, cacciavano dalla loro gola pestilenti fiotti di fumo, oscurando la luce e rendendo irrespirabile quell’aria melanconica. Fra i mucchi di ceneri e di scorie sul margine della strada, riparati soltanto da poche tavole rozze o da tettoie fradice, giravano strane macchine, che si torcevano come creature tormentate, facendo strepitare le loro catene di ferro, stridendo, di tanto in tanto nei loro rapidi vortici, come assalite da strazi insopportabili, e facendo tremare la terra nella loro agonia. Case desolate apparivano qua e là, in rovina, puntellate con frammenti di altre ch’erano già cadute, senza finestre, scoperchiate, annerite, d’una infinita tristezza, ma pure ancora abitate. Uomini, donne, bambini di aspetto emaciato e coperti di cenci, vigilavano le macchine, alimentavano il fuoco che le faceva muovere, mendicavano nella strada, o guardavano, seminudi, con un torvo sguardo dalle soglie senza porta. Poi venivano altri mostri collerici, che quasi sembravano belve in quell’aria barbara e selvaggia, e stridevano e rugghiavano, continuando a girare e a girare; e sempre, innanzi, indietro, a destra e a sinistra, la stessa interminabile prospettiva di torri di mattoni che non interrompevano un istante il loro vomito nero, insudiciando cose e persone, bruttando la faccia del giorno e avviluppando tutti quegli orrori in una densa nuvola oscura.

Ma le ore della notte in quel terribile luogo! La notte, in cui il fumo si mutava in fuoco; in cui ogni camino vomitava fiamme, e i punti che erano stati delle volte buie tutta la giornata splendevano di vivi riflessi rossi, con ombre che si muovevano qua e là negli spiragli infocati e che si chiamavano a vicenda con rauche grida – la notte, in cui il rombo di ogni strana macchina era fatto più pauroso dall’oscurità; in cui la gente intorno si faceva d’aspetto più barbaro e selvaggio; in cui bande di lavoratori disoccupati sfilavano per le strade o si raggruppavano al lume delle fiaccole intorno ai loro condottieri, che li arringavano con accenti di rivolta, sui mali che li travagliavano, per incitarli a terribili grida e minacce; in cui uomini infuriati, armati di spade e di fiaccole, sprezzando le lacrime e le suppliche delle donne che volevano trattenerli, si slanciavano a imprese di terrore e di distruzione, per fare sicuramente nessuna maggior rovina che la propria – la notte, in cui passavano rumoreggiando i carri, carichi di rozzi feretri, perché le malattie contagiose e la morte avevano mietuto una buona quantità di vivi – la notte, in cui gli orfani piangevano, e donne pazze di dolore seguivano i morti con grida di disperazione, facendo a quel modo la veglia ai defunti – la notte, in cui alcuni gridavano pane e altri si davano a bere per annegare i loro affanni, e altri andavano a casa in pianto, e altri a passi barcollanti, e altri ancora con occhi iniettati di sangue – la notte, che, diversa da quella che il cielo manda sulla terra, non portava alcuna pace, alcuna quiete, alcun segno di sonno ristoratore – chi dirà i terrori di quella notte per la tenera giovinetta errabonda! […]
Era un altissimo stanzone sostenuto da pilastri di ferro, con ampie bocche nere sulle pareti superiori, finestroni aperti all’aria esterna, e rumoroso fino al tetto per i colpi dei martelli e il rugghio delle fornaci, e si fondeva coi sibili del metallo incandescente tuffato nell’acqua, e con altri cento strani sovrannaturali rumori non mai più uditi. In quel luogo scuro, un certo numero di uomini si muovevano come demoni tra il fumo e le fiamme, e si vedevano vagamente e a sbalzi, entro un velo di nebbia, agitati e tormentati dal calore ardente, maneggiare grandi strumenti, dei quali un colpo in fallo avrebbe stritolato il cranio d’un compagno. Si sarebbero detti dei giganti al lavoro. Altri, su dei mucchi di carboni o di cenere, con la faccia riversa contro la volta nera, dormivano o riposavano dalla loro fatica. Altri ancora, aprendo le porte incandescenti dei forni gettavano del combustibile sulle fiamme che si precipitavano rugghiando a incontrarlo e lo assorbivano come olio. Altri trascinavano, con fragore, sul pavimento, delle grandi lastre di acciaio infuocato, che mandavano un calore insopportabile, e una luce rovente come quella che rosseggia negli occhi delle bestie feroci.

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Elogio della bicicletta

Copertina Elogio della biciclettaA me quello che sconvolge che uno nel 1973 scriva un libro che oggi, nel 2017, non solo è attualissimo ma si rivela essere profetico sulla nostra fine. Una fine lenta e dolorosa come solo la peggior malattia sa fare.
Era forse Illich un visionario? O un profeta? O un illuminato? Non credo proprio, penso invece fosse una persona di buon senso con un’ottima capacità di analisi e questo piccolo lascito che è l’Elogio della bicicletta ne è una dimostrazione lampante.
Tutti oggi urlano al peggio, ma l’unica soluzione che propongono è contenimento e salvaguardia quando invece è evidente che serviranno sempre di più posizioni coraggiose e drastiche di rottura.
Quel che è certo è che ormai è tardi, qualunque soluzioni noi si tenti di attuare, meglio prepararsi al peggio ed attrezzarsi con una mente aperta per poter gestire un mondo futuro a noi sconosciuto ed ostico che ci aspetta dietro l’angolo.

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KJ2 e Rimini cosa c’è in comune?

Che cosa c’è in comune da la soppressione dell’orsa KJ2 e Rimini? A prima vista praticamente nulla, ma spulciando i giornali di questi giorni caldi di ferragosto mi sono imbattuto in un articolo sul Corriere della Sera dal titolo “La riminizzazione del rifugi alpini”. La questione è piuttosto spinosa per chi sopratutto ama un concetto di montagna fedele agli ideali di purezza e semplicità e frequenta l’ambiente alpino alla ricerca si di paesaggi splendidi ed incontaminati, ma anche tranquillità, semplicità e tradizioni.

Ma torniamo a noi, che cavolo è questa “riminizzazione del rifugi”? Vi porto un esempio: sabato 12 siamo stati a trovare degli amici che stanno trascorrendo qualche giorno a Corvara, zona che noi conosciamo pochissimo, per cui ci adeguiamo fin da subito al programma che ci viene proposto. Saliamo in seggiovia al Rifugio Punta Trieste e poi ci incamminiamo seguendo il percorso del Sellaronda verso Piz La Ila dove si trova l’arrivo dell’impianto Piz La Villa e da cui parte la famosissima Gran Risa.

Arrivati al rifugio che di per se si presenta più come un ristorante veniamo accolti in ordine di apparizione da: zona per tiro con l’arco su sagome di animali, molteplici pareti attrezzate per ferrata/arrampicata per bambini, percorsi gioco per bambini con funi, gonfiabile per bambini, finto laghetto per cercare di abbellire l’arrivo dell’impianto di risalita. Forse dimentico qualcosa ma il concetto è chiaro. Al rifugio nonostante la poca affluenza veniamo serviti male e con tempi biblici nonostante i camerieri indossino guanti bianchi. Guanti bianchi? Ma dove cavolo siamo? Ci guardiamo intorno ed è chiaro il messaggio che passa, anzi è talmente chiaro che noi 9 siamo un pugno nell’occhio rispetto a chi già è seduto ai tavoli e sfoggia una miss degna di un aperitivo in centro città.

A questo punto volgo un pensiero alla povera orsa soppressa. E sì il problema è che l’orsa non doveva esserci per il semplice motivo che l’orso lo abbiamo eliminato noi nel corso del secoli passati, cacciandolo e stipando un ambiente con la nostra presenza creando in questo modo un habitat incompatibile con un animale selvatico. E’ inutile nascondersi dietro ad un dito, i programmi di reintroduzione sono una cagata pazzesca, se un animale non c’è più un motivo ci sarà e quindi o tu stato/regione/provincia/istituzione rimuovi quel motivo (in questo caso l’uomo), oppure è inutile che persegui un obiettivo che gioco forza cozzerà con gli interessi locali (economici e non).

Credo che tra tutte le cose lette in questi giorni, la frase dell’onorevole Brambilla “si dovevano creare aree in cui l’orso può fare l’orso e può muoversi senza il pericolo di incrociare esseri umani che passeggiano con i loro cani” dimostri tutta la pochezza, l’arroganza e l’ipocrisia di cui l’essere umano sia capace. Quindi sì l’orsa andava soppressa.

Ecco quindi che il tiro con l’arco alle sagome animali acquista un senso, in questo modo possiamo allenare le giovani generazioni, e non solo, a difendersi dai possibili attacchi degli animali selvatici, ovviamente in un ambiente controllato…

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A memoria della bicicletta

Forse ho capito il motivo per cui in Italia non avremo mai un approccio alla bicicletta che vada oltre la solita emergenza e le solite scampagnate fuori porta.

In Italia non si riesce a capire e a considerare la bicicletta come un mezzo di trasporto. Ecco la cruda verità. La bicicletta fa tanto bene, ma mi raccomando fatela nei weekend, il resto della settimana giusto per i pensionati per andare a prendere il giornale in edicola o qualche bambinello coraggioso, o forse meglio dire sconsiderato, che si avventura per un giretto pomeridiano.

Ma come sono arrivato a pensare questo?

Ci sono stati due fattori che hanno contribuito a farmi formulare questa idea. Il primo riguarda un documentario visto da pochi giorni dal titolo “Tomorrow”. Al di là dei temi trattati, vi è un passaggio nel quale la produzione è in visita presso una famiglia di Copenaghen per cercare di capire il come una città capitale di nazione sia riuscita a diventare la mecca del ciclismo. La famiglia invita la produzione ad accompagnarli la mattina seguente, un normale giorno lavorativo, ovviamente in bicicletta. Un’affermazione a questo punto mi ha lasciato basito “Ma ho paura, la gente fa forte!”. Già ad una frase del genere cosa rispondi? Fatto sta che la famiglia molto tranquillamente risponde: “Cara mia, non è mica una passeggiata, è trasporto”.

Trasporto. Che parola strana questa pensata in relazione alla bicicletta.

Ma veniamo al secondo fatto. Ricevo oggi una telefonata da parte dell’URP del mio comune in merito ad una segnalazione che avevo fatto qualche mese fa, su un particolare attraversamento che spezzando in due una della poche ciclabili degne di questo nome, rendeva particolarmente pericoloso l’attraversamento della sede stradale.

L’assoluta mancanza di segnaletica verticale ed orizzontale lasciavamo quella terra di nessuno in balia degli eventi. La gentile signora mi spiega che hanno provveduto ad installare apposita segnaletica verticale per segnalare che la pista ciclabile in quel punto termina, punto. Poi dopo l’attraversamento riprende, ma il concetto importante è che termina lì. Questo significa che devi smontare dalla bicicletta, lasciare la sede della ciclabile, salire sul marciapiede e raggiungere il vicino passaggio pedonale. Tutto questo farcito dall’affermazione che “sa, sarebbe troppo pericoloso permettere alla ciclabile un attraversamento con segnaletica orizzontale”. Ma troppo pericoloso per chi?

Non serve un genio della lampada od un ingegnere illuminato per capire che da qui non ne usciremo mai, la bicicletta rimarrà un elemento di disturbo nel traffico cittadino tutto il resto è fuffa.

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Copenhagenize my city

E veniamo a noi! E’ appena stata pubblicata la classifica delle 20 città più fruibili per il ciclismo urbano e nessuno si aspettava di vedere in elenco una qualunque delle realtà italiane. La cosa che personalmente più mi ha impressionato è che su 20 città 18 sono europee e solo Tokio (9) e Montreal (20) entrano in classifica.

Detto questo ho recuperato i 14 criteri che la società danese di urban plannig Copenhagenize ha adottato per poter effettuare le valutazioni e ho provato ad applicarli alla mia realtà locale ovvero il Comune di Formigine, vediamo come è lo stato dell’arte.

Advocacy:
How is the city’s (or region/country) advocacy NGO(s) regarded and what level of influence does it have?
Rated from no organised advocacy to strong advocacy with political influence.

Nel corso degli ultimi 10 anni, diciamo che ci sono stati dei timidi interventi non tanto di supporto quanto di uso del mezzo per promuovere il territorio.

Bicycle Culture:
Has the bicycle reestablished itself as transport among regular citizens or only sub-cultures?
Rated from no bicycles on the urban landscape/only sporty cyclists to mainstream acceptance of the bicycle.

Risposta decisamente negativa infatti a fronte di un gran numero di ciclisti sportivi manca completamente la cultura della bicicletta come mezzo di trasporto.

Bicycle Facilities:
Are there readily accessible bike racks, ramps on stairs, space allocated on trains and buses and well-designed wayfinding, etc?
Rated from no bicycle facilities available to widespread and innovative facilities.

Che dire, qualche accesso facilitato nei luoghi pubblici principali (sede del Comune, biblioteca, scuole) c’è, ma tutto il resto non esiste.

Bicycle Infrastructure:
How does the city’s bicycle infrastructure rate?
Rated from no infrastructure/cyclists relegated to using car lanes to high level of safe, separated cycle tracks.

Semplicemente ridicolo.

Bike Share Programme:
Does the city have a comprehensive and well-used bike-sharing programme?
Rated from no bike share programme to comprehensive, high-usage programme.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, c’è stato un momento nel quale si è tentato di promuovere il bike sharing anche a livello intercomunale, ma è naufragato clamorosamente ed oggi di bike sharing nemmeno l’ombra.

Gender Split
What percentage of the city’s cyclists are male and female?
Rated from overwhelming male to an even gender split or more women than men cycling.

Non esiste un studio in merito.

Modal Share For Bicycles:
What percentage of modal share is made up by cyclists?
Rated from under 1% to over 25%.

Non esiste un studio in merito.

Modal Share Increase Since 2006:
What has the increase in modal share been since 2006 – the year that urban cycling started to kick off?
Rated from under 1% to 5%+.

Non esiste un studio in merito.

Perception of Safety:
Is the perception of safety of the cyclists in the city, reflected in helmet-wearing rates, positive or are cyclists riding scared due to helmet promotion and scare campaigns?
Rated from mandatory helmet laws with constant promotion of helmets to low helmet-usage rate.

Non esiste nessuna campagna di sensibilizzazione verso la sicurezza stradale che non sia rivolta alle auto quindi parlare di ciclismo e sicurezza è un eufemismo.

Politics:
What is the political climate regarding urban cycling?
Rated from the bicycle being non-existent on a political level to active and passionate political involvement.

Di cosa stiamo parlando?

Social Acceptance:
How do drivers and the community at large regard urban cyclists?
Rated from no social acceptance to widespread social acceptance.

Beh guadagnarsi il proprio spazio sulla strada è una lotta durissima nella quale l’automobile e l’automobilista la fanno da padri/padroni. Mediamente il ciclista è una scocciatura.

Urban Planning:
How much emphasis do the city’s planners place on bicycle infrastructure – and are they well-informed about international best practice?
Rated from car-centric urban planners to planners who think bicycle – and pedestrian – first.

Possiamo tranquillamente affermare che siamo proudly car-centric urban planners 🙂

Traffic Calming:
What efforts have been made to lower speed limits – for example 30 km/h zones – and generally calm traffic in order to provide greater safety to pedestrians and cyclists?
Rated from none at all to extensive traffic-calming measures prioritising cyclists and pedestrians in the traffic hierarchy.

Zero.

Cargo Bikes and Logistics:
Is the city embracing the potential of cargo bikes – both for private citizens and businesses?
Rated from no focus on cargo bikes to a strong cargo bike and logistics culture.

Cargo Bikes? Cos’è una bestemmia turca?!

Bene abbiamo terminato i 14 criteri di valutazione, direi che sì abbiamo da lavorare e parecchio, ma prima di iniziare a pensare e a lavorare e a spendere soldi, forse varrebbe la pena rispondere a questa semplice domanda: si vuole veramente investire verso un modello ciclocentrico o no? Tutto il resto è fuffa per i politici.

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Equilibrismi

Se c’è una cosa che adoro fare quando viaggio è mangiare! Se poi viaggio in aereo la cosa assume caratteristiche patologiche che si manifestano in una fame senza soluzione di continuità. In questo contesto l’aspetto del mangiare in aereo che più mi entusiasma è gestire lo spazio risicato che viene messo a disposizione come “tavola” ovvero lo schienale inclinabile.

Ritengo che destreggiarsi con un pranzo in quello spazio esiguo godendosi il momento e senza uscirne impastrocchiato come un bimbo di 2 anni, sia essenzialmente un’arte.

Questa premessa per raccontare il misfatto di ieri pomeriggio quando, sul Frecciarossa Milano-Arezzo, classe business – salottino silenzio, ci viene servito lo snack di benvenuto. Alla mia destra, nei sedili singoli lato finestrino, siede una ragazza sui trentanni intenta a lavorare nonostante la giornata volga già abbondantemente al termine, ma si sa, il business man non dorme mai, non riposa mai e sopratutto lavora sempre. Si fa servire un bicchiere di prosecco, del resto l’alternativa è un caffè slavato quindi la scelta è più che condivisibile.

Stiamo uscendo da Milano e tra i binari curvi e gli scambi il piccolo ed indifeso bicchiere fatica a rimanere ritto sul tavolino, tant’è che da basso la borsa aperta della nostra urla a squarciagola di fare attenzione. Urla evidentemente ascoltate perché il bicchiere viene costantemente tenuto sotto controllo ed al suo posto. Il viaggio prosegue e come ogni business man si rispetti il lavoro prende il sopravvento su tutto e tutti. Guardo la nostra assorta nel monitor del portatile ignara del pericolo che la attende dietro l’angolo… E vien da se che in un attimo di distrazione la mano intenta a digitare furiosamente tasti cozza con il povero bicchiere di plastica la cui unica colpa è quella di non essere stato svuotato tutto d’un fiato. Inizia così una lenta caduta verso il pavimento della carrozza, caduta che termina violentemente in uno splash di prosecco sparso nel raggio di un metro. La borsa terrorizzata tenta in un gesto estremo di chiudere la zip ma ogni suo sforzo risulterà vano. Il prosecco dal canto suo rispondendo prima di ogni legge a quelle di Murphy, dopo aver preso contatto con li pavimento lozzo del treno decide di dirigersi, almeno in parte, verso il passeggero che ignaro siede di fronte a me. Un altro business man vestito di tutto punto che assurdo dal suo ipad viene riportato drammaticamente alla realtà dagli eventi che si stanno svolgendo.

Rimane pietrificato dalla scena e senza proferire parola si volta verso la nostra che a denti stretti sta smadonnando in ogni idioma conosciuto. La guarda con uno sguardo misto a incredulità e disprezzo. Lei in evidente stato imbarazzato di fronte a cotanti eventi drammatici non può che continuare a digrignare i denti mentre disperata corre in bagno per asciugarsi i vestiti.

Passano un paio di minuti e ritorna dal bagno armata di fazzoletti o carta igienica e come una brava donna delle pulizie piega il ginocchio e tra gli sguardi sprezzanti di noi passeggeri strofina il pavimento asciugandolo.

Nessuno proferisce parola. Solo l’incessante tram tram del treno sui binari scandisce il ritmo di questo dramma.

Il treno prosegue la sua corsa. Giunge a Reggio Emilia e mi accingo a scendere, ma ahimè le scarpe rimangono appiccicate ai rimasugli di prosecco come mille chewingum che ti vogliono trattenere inchiodato sul posto dove ti trovi. Con forza muovo un piede e poi l’altro, mi avvio verso l’uscita con un sciaf sciaf imbarazzante ma con un aplomb del tutto inglese del resto io il prosecco l’ho bevuto mica l’ho fatto cadere.

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Il marketing questo sconosciuto

Ieri ho partecipato ad un evento organizzato da Google Italia, il Mobile Site Hackathon. Scopo dell’evento apprendere tutti quegli hack in grado di dare una spinta performante al proprio sito versione mobile.

Evento come sempre gratuito nel quale la prima cosa che mi ha colpito è che nelle 8 ore non si è mai parlato di prodotti Google. Nessun accenno. Qualche slide con grafici ed infografiche di terze parti, un paio di interventi tecnici e poi 5 ore di programmazione chini sul monitor.

Qualcosa continua a non tornarmi…

Arriviamo alla sede e ci viene fornita la colazione, al tavolo troviamo come gadget un battery back a testa, pranzo, aperitivo di fine giornata. 3 droni regalati al team di sviluppatori che ha incrementato maggiormente in percentuale le prestazioni del proprio sito, un chromecast regalato dopo pranzo attraverso un simpatico quiz.

Sono uscito dall’evento poco prima delle 18 con questa strana sensazione, un dubbio, una domanda. Ma perchè tutto questo investimento (eravamo 27 aziende con in media 2 persone per ognuna) senza nessuna, nemmeno velata, velleità di venderci l’ennesima googlata?

E’ stata sicuramente una giornata intensa e molto produttiva a tratti entusiasmante. Lunedì al rientro in ufficio faremo il punto delle features apprese e dei comportamenti da implementare, e poi? Google cosa ci guadagna da tutto ciò?

Rimango con questa domanda appesa nel vuoto nel frattempo porto a casa diverse novità di cui ignoravo l’esistenza e che aiuteranno sicuramente il mio lavoro e quella della mia azienda.

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Incontri inaspettati

Questo weekend ho dato una mano a mia moglie nel seguire le riprese fotografiche di un seminario di Yoga organizzato dal Centrolistico di Sesto San Giovanni. Il docente speciale di questa occasione è Ramesh Sheety, un insegnante yoga indiano originario di Mysore. Difficilmente rimango folgorato dalle persone, ma questa è una di quelle volte nelle quali hai un barlume di positività rispetto al genere umano, forse in fondo in fondo ma proprio in fondo al barile un lumicino flebile è ancora acceso.

Ramesh è una di quelle persone che, non so come ne perché, emanano un’aura positiva. Un’energia che ti invoglia non solo a fare ma anche, e forse questa è la cosa più importante, a mettere in disparte i tuoi problemi esistenziali per concentrarti sull’adesso. Per lui nulla è impossibile e i suoi due mantra: smiling e it’s easy, accompagnano ogni sua spiegazione e dimostrazione. Lo guardo, mi guardo, due universi paralleli. Ne sorrido e penso che il mondo va avanti per diversità e non mi rimane che studiarlo affascinato mentre si prodiga nell’avvinghiare qualche arto degli studenti.

Non sono mai stato un fan dello yoga, e anche in questi due giorni, riguardando gli scatti, sono stati molti i momenti nei quali vedendo le varie posizioni mi sono sentito del male addosso, come se anche solo la remota possibilità che qualcuno mi contorcesse in quel groviglio di arti mi provocasse un dolore fisico. Di contro ammiro veramente molto tutti i ragazzi/e presenti per la dedizione a questo tipo di pratica, l’entusiamo e la volontà di sfidare il proprio corpo e la propria mente.

Ci siamo lasciati ieri sera dopo tanti inchini con l’idea di accettare forse per il 2018 l’invito che Ramesh ci ha fatto di andarlo a trovare, stay tuned.

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Italia in bicicletta, quasi

“Il cambiamento culturale a favore della bici è già una realtà. E questa è la cosa più importante.”

Con questa frase si riassume in estrema sintesi il pensiero del Ministro Delrio sull’argomento trasporti vs bicicletta. Dopo aver letto l’articolo pubblicato da Bikeitalia.it a proposito dell’intervento del Ministro a Bike Summit di Legambiente, concordo pienamente con il fatto che i grandi circuiti sono importantissimi, muovono il turismo, sia interno che straniero, e svolgono la medesima funzione delle autostrade. Però, e mi dispiace per il Ministro, il problema non è solo quello di realizzare grandi ed interessanti itinerari, ma quello di capilarizzare il tessuto ciclabile da un lato e creare e diffondere una cultura che elevi la bicicletta al di sopra dell’automobile.

Parliamo del tessuto ciclabile. I nostri amministratori locali, e parlo di quelli della mia zona (Modena e provincia), mancano innanzitutto di formazione, non si ha la più vaga idea di cosa significhi ciclabile o rete di ciclabili, manca una pianificazione che vada oltre l’emergenza di ieri, manca un coordinamento intercomunale tra le amministrazioni (il tempo dei feudi diciamo che ce lo siamo lasciati alle spalle), manca un’adeguata manutenzione e segnaletica dei percorsi attuali.

Infine manca il buon senso, o forse la volontà, di affidarsi ad esperti per evitare grossolani errori, non basta disegnare due strisce gialle su di un marciapiede.

Veniamo poi alla cultura, beh semplicemente non c’è. Se è vero che c’è una domanda che va verso una maggiore offerta ciclistica è anche vero che chi usa la bicicletta non ha la più vaga idea di come si condivida con gli altri attori presenti sulla strada, a partire dagli altri ciclisti per finire con le automobili.

Come per ogni cambiamento culturale serve coraggio e scelte coraggiose, una di queste potrebbe essere finalmente quella di abbandonare il concetto “ciclo/pedonale” a favore del sono “ciclo”, investire nella formazione culturale le nuove generazioni di bambini/ragazzini e per ultimo ma non meno importante per una volta andiamo a studiare e a prendere spunto da chi le cose le ha già fatte e continua a farle, bene, da decenni senza inventarci l’ennesima porcata all’itagliana.

E quindi per concludere, riprendendo la frase del Ministro, non è assolutamente vero che la cosa più importante è il cambiamento culturale a favore della bici, sicuramente è indispensabile, ma lo è anche tutto il resto (rete, manutenzione, offerta turistica, ecc) senza il quale rimarremo come già siamo oggi, un paese ciclisticamente parlando del terzo mondo.

Grazie.

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La solitudine delle due ruote

Questa mattina, dopo ben 210 giorni, ho ripreso a venire al lavoro in bicicletta. E’ stata una lunghissima pausa, la più lunga negli ultimi 6 anni, complice anche una salute messa a dura prova da questo inverno.

Come piace a me sono partito presto nonostante non abbia problemi di cartellino o altro. Alle 7 ero già per strada. Fresco ma non freddo. Molto umido, complice la piovuta notturna.

Il sole a fatica cerca di uscire dall’ammasso di nubi che si aggrovigliano ad est, ogni tanto ci  riesce ed è in quei momenti che assapori il sublime. I campi di grano verde riverberano una luce abbacinante diffusa dall’umidità in sospensione. E’ come essere rinchiusi in una sacca semitrasparente. Le gambe affaticate e spompe dalla lunga inattività mulinano alla ricerca di quel ritmo respiro-pedalata che nei momenti migliori ti permette di sfrecciare senza fatica fendendo i campi come se fossi un aeroplano.

In giro poca gente, sempre tante auto e camion, ma dopo i primi 20 minuti si raggiunge finalmente la campagna e lì rimani tu solo con la tua bicicletta. Non serve altro per scaricare la mente. Pedali.

Ma è solo quando avrò riabituato il corpo a pedalare e a stare seduto sul sellino che potrò definitivamente godermi questi 50 minuti in solitudine, perchè la bicicletta è prima di tutto questo: solitudine. Ma non una solitudine cattiva, di quelle che ti portano alla disperazione, no è una solitudine che nasce dal mezzo. Sì condividi con i tuoi compagni l’avventura del viaggio, ma sul sellino sei solo, quando le gambe non spingono più sei solo, quando il sedere brucia tanto da impedirti di appoggiarti al sellino sei solo, quando sotto un diluvio universale ogni tuo fascio di muscoli è intirizzito dal freddo sei solo. Ma mai così tanta solitudine è stata così ricolmata di risate e gioia, di spensieratezza e eroismo.

Questa è la solitudine delle due ruote.

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