Milano vale pur una gita

Ieri siamo andati a Milano perchè volevamo vedere la mostra fotografica “Memoria” di James Nachtwey, un tra i nostri fotografi preferiti. La mostra non ha deluso, del resto conosciamo già il lavoro di Nachtwey e le stampe di altissima qualità unite al religioso silenzio all’interno dei locali, ci hanno permesso di godere di questa splendida esperienza.

Ma ieri è stata anche l’occasione di conoscere una persona nuova, una persona che ancora oggi, sue testuali parole, “preferisce una stretta di mano ad un like su facebook”. Del resto se la parola social ha un significato quello è per vocazione stare insieme, vederci, parlarsi de visu. E così dopo un pranzo farcito di chiacchiere ed aneddoti, ci ritroviamo a gironzolare per le vie di una Milano che non abbiamo mai visto. Il nostro Cicerone ci guida in quelle che sono state le sue vie da giovane, con storie e racconti della sua giovinezza e di un tempo lontano oltre 40 anni fa.

Intorno ai noi gli schiamazzi del carnevale echeggiano come latrati di cane nella notte. Un fastidio continuo di gente in baldoria, coriandoli e stelle filanti ovunque, vie intasate, solito tram tram di gente scortese.

Raggiungiamo la Pinacoteca di Brera lungo quei sentieri che un tempo erano territorio di artisti e che oggi sono invece conquiste delle griffe. Che prezzo siamo costretti a pagare per tutto questo? Abbiamo una minima idea di cosa abbiamo perso? Anche Milano con il suo pantone “grigio topo morto”, vista con gli occhi di un milanese (imbruttito), ha un fascino che difficilmente riesci a scalfire da turista, del resto quesa è sempre il grande spartiacque tra vedere una città e viverla.

Grazie Cesare per la tua conoscenza e per il tempo che ci hai dedicato.

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8 montagne

Sono da sempre restio a leggere opere osannate da tutti. Ho sempre quel senso di repulsione verso il “devi leggerlo”, “devi farlo”, “non puoi non” ecc..
Ho letto le 8 montagne solo perché mi è stato regalato, anzi a dire la verità se ne stava in ordine su di una mensola ed avevo completamente dimenticato di averlo. Ho dovuto fare uno sforzo per iniziare questa lettura, uno sforzo per astrarmi e dimenticare tutto quello che ho letto e sentito su Cognetti ed il libro. Ho dovuto dimenticare l’inutile e grottesca serata nella quale ha presentato il libro alla biblioteca del mio paese. Ho dovuto dimenticare.
E così mi sono lasciato trasportare in una storia che è la storia di tutti noi uomini di montagna nati in pianura. E’ una vita costellata di sofferenze, patimenti ed enormi sacrifici per poter assecondare quel bisogno viscerale di elementi: roccia, terra, neve, legno, acqua, nuvole, sole, erba…
E’ la storia di ogni bambino che per anni è stato trasportato dal caotico e afoso paese di pianura, alla tranquilla e serena località montana. Il bambino si è fatto ragazzo, il ragazzo si è fatto uomo, ma il suo cuore non è cambiato ed anela, ogni anno che passa, di piantare le proprie fondamenta in quella roccia, in quella terra.
E’ una storia facile da leggere, è una storia che conquista, è una storia che si apre a diverse riflessioni e tra queste un paio in particolare hanno suscitato in me interesse, la prima è il valore della rinuncia.
Chi va per monti dovrebbe avere sempre chiaro nella sua mente che l’ostinazione spesso risulta fatale, che la rinuncia ad un traguardo di una vetta non è un’onta da cui fuggire, ma solo un’espressione di una maturità ormai raggiunta. Apprendendo questo si entra in una dimensione montana nuova nella quale dapprima si comprende che non esistono solo cime, guglie, creste, per quanto importanti siano, ma che ci sono boschi, radure, ruscelli, cascate, prati. Un mondo intero senza il quale proprio quelle cime non avrebbero modo di esistere. Mi chiedo se sia veramente importante arrivare in cima? A quale prezzo? Con quali sacrifici?
Ecco quindi che la lettura di 8 montagne mi ha riportato a riflettere su questo aspetto dell’andare in montagna con la coscienza di aver già fatto mio questo approccio da diversi anni, forse complice le necessità fotografiche, forse per una maturità conquistata a fatica, forse il riuscire finalmente a godersi non solo il traguardo ma anche il viaggio.
Da queste riflessioni viene anche naturale passare alla seconda questione che nel libro viene presentata come un elemento di sfondo, come se fosse una quinta sempre presente ed incombente, e che mi sta molto a cuore, ovvero, per opposti, la montagna si serie B.
In un contesto di assoluto e continuo bombardamento di immagini strabilianti, ma sempre degli stessi blasonati luoghi, Cognetti ci porta in una valle secondaria, al cui culmine troviamo questo paese dimenticato da dio e anche dagli uomini, un luogo non per questo meno ameno di tanti altri. Un luogo che forse conserva meglio quelle peculiarità date dalla tradizione e se vogliamo dall’arretratezza che, in questo passaggio, acquistano un valore da salvaguardare. I luoghi di serie B sono infinitamente più numerosi di quelli blasonati, al tempo stesso sono infinitamente più solitari, più tranquilli, non certo meno belli.
Ma se anche la bellezza è ormai divenuta merce di scambio, nei luoghi di serie B la bellezza te la devi cercare, te la devi guadagnare. Costa fatica, qualunque cosa voglia dire fatica.
Forse, tirando un po’ le fila di tutti gli altri spunti del libro, mi avventuro nella pericolosissima operazione di raggrupparli tutti sotto un unico cappello che a me personalmente risulta chiaro ovvero il parallelismo tra montagna e valori. Un connubio che nonostante il solido legame vecchio di decenni oggi è in profonda crisi. Per chi frequenta l’ambiente della montagna sa di cosa parlo, gli altri beh, fanno parte di chi insidia questo connubio.

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Il senso della morte

La morte quando arriva irrompe con la forza di un pugno improvviso nello stomaco. Niente e nessuno potrà mai preparare un uomo alla morte. Siamo troppo aggrappati a questa vita per comprendere la naturale dinamica di chi vive su questo pianeta. Si nasce, si vive, si muore.

E’ un processo inequivocabile al quale anche noi, con la nostra tecnologia, le nostre religioni e le nostre convinzioni apparteniamo e dal quale non possiamo in nessun modo oggi come domani astrarci.

Continuano a farci credere che abbiamo il controllo del mondo, che possiamo decidere le sorti e le catastrofi di una persona come dell’umanità intera, ma la verità è che il nostro destino ultimo è morire. Possiamo esorcizzare la morte in ogni modo possibile, ma il nostro momento è la davanti che ci attende. Il mantra sempre valido del “la vita nuova gravemente alla salute” dovrebbe riportarci con i piedi per terra invece ci spinge a cercare una soluzione ad un’equazione che non esiste, il cui pareggio può essere raggiunto solo con la nostra vita. Ma nonostante tutto lottiamo ostinatamente per questo rantolo di vita che ogni secondo emaniamo dai nostri polmoni. Perchè?

Provo con il raziocinio a far quadrare i conti, ma non c’è nulla da fare.

Forse, come diceva il buon vecchio Morpheus, l’unità scelta possibile è accettare l’evidenza e cioè che siamo destinati a morire.

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L’estate del coniglio nero

In un periodo costellato da letture molto impegnative che a rilento arrivano alla conclusione, si presenta l’estate del coniglio nero, scelto nel club di lettura come prossimo appuntamento. Un libro fresco sul quale la lettura scivola veloce portandomi velocemente in quello stato di necessità/bisogno tipico dei libri che mi catturano fin dall’inizio.
Con una buona dose di suspance, mistero e noir Brooks porta il lettore a conoscere i bassifondi di una cittadina inglese che altro non rappresenta lo spaccato moderno del paesotto. Di facciata tutto più o meno perfetto, il dietro le quinte invece lascia un po’ a desiderare.
Il libro è farcito con tutti gli ingredienti necessari e vorrei dire scontati, di un noir. Il teppistello, la bella, la star, il problematico e lo strano. A contorno una cittadina che come tante altre vive e respira ignorando la vera natura dei propri abitanti.
Fortunatamente Brooks riesce nel difficile compito di dosare gli aspetti scontati di questo genere di storia con una giusta sequenza temporale degli eventi. Il risultato come dicevo prima è un libro fresco e di suspance che porta il lettore ad una conclusione ahimè alquanto deludente.
Non solo alcuni personaggi degni di nota non vengono approfonditi, ma altri principali vengono liquidati a fine libro senza troppi fronzoli lasciando un gusto di incompiuto al lettore.

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I misteri della montagna

A ricordo di Valerio Quinz, guida alpina,
che conosceva i segreti delle montagne

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La scelta più facile

Ieri sera, in pizzeria, mentre aspettiamo di ritirare le pizze da asporto, ci guardiamo intorno giusto per gustarci la fauna del sabato sera. Proprio di fronte a noi cappeggia una tavolata di 5 famiglie, famiglie per ben, con il trucco giusto e il vestito adatto. Famiglie buone si direbbe in questa società.

Le 5 donne da una parte. I 5 uomini dall’altra. Che si sa gli argomenti tra i due sessi sono incompatibili. E poi arrivano loro, i figli. Sono in tutto 8, età massima 9, forse 10 anni. Non stanno ancora mangiando, sono semplicemente in attesa. Le donne parlano tra loro, gli uomini parlano tra loro, i bambini sono chini ognuno sul suo dispositivo.

Tutti composti e tranquilli, sedati. Ed è proprio questo il termine corretto: sedati.

Guardo un po’ incuriosito questa società che si manifesta. Due bimbe ridacchiano tra loro mentre una mostra all’altra una chat… (what’s up?). Due bimbi sono appollaiati dietro le spalle di un terzo per incitarlo nel mentre affronta qualche sfida digitale. Mentre li guardo penso a quando alla loro età ogni sabato sera i miei genitori uscivano al ristorante insieme ai loro amici e noi figli con loro. Dispositivi elettronici non ne esistevano. Nessuno si presentava con qualcosa portato da casa. Eppure uscivamo ogni sabato sera. Mi viene da pensare, per come vanno le cose ora, che noi bambini cresciuti negli anni ’80 siamo tutti dei sopravvissuti.

Ma poi riguardo questi 8 genitori che hanno la mia età, che sono cresciuti come io sono cresciuto, e mi chiedo: cosa è andato storto? Perchè qualcosa deve essere andato storto, non è possibile che i genitori abbiano, di loro spontanea volontà, scelto questa strada. Sono sarcastico ovviamente. Questa strada l’hanno scelta eccome, non solo, l’hanno nel loro intimo ringraziano il progresso che oggi gli permette di uscire a cena con gli amici e far finta di non avere figli. Cioè, sì i figli ci sono, ma sono un soprammobile, un “vanno fatti perchè si deve” che poi diventa fin da subito un fardello, una catena ai piedi che non permette più di vivere come un ventenne a 40 o 50 anni.

Insomma, viviamo o no in una società dove ognuno di noi, indipendentemente dall’età, vuole reclamare il suo posto ed i suoi sacrosanti diritti?

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La bottega dell’antiquario

Passato un lungo suburbio di case di mattoni rossi – alcune con qualche zolla di giardino, in cui la polvere di carbone e il fumo delle fabbriche annerivano le foglie accartocciate e i fiori senza bellezza, e in cui la stentata vegetazione ammalata e languente sotto il caldo respiro delle fornaci rendeva quel luogo con la sua presenza più triste e insano della stessa città –, passato un lungo suburbio, solitario e malinconico, giunsero, a piccoli passi, in una lugubre contrada, dove non si vedeva crescere un filo d’erba, dove neppure una gemma manteneva una sua promessa primaverile, dove nulla di verde poteva vivere, tranne che sulla superficie degli stagni paludosi, che qua e là esalavano dei pigri vapori accanto alla strada nera.

Come si furono spinti più innanzi nell’ombra di quel luogo funesto, il suo influsso triste e deprimente invase i loro spiriti e li riempì di malinconiche immagini. Da ogni lato, fin dove l’occhio poteva giungere nella fosca distanza, alti camini, in gruppi che si soverchiavano, e presentavano la infinita ripetizione della stessa brutta e pesante forma, che era come l’incubo d’un sogno opprimente, cacciavano dalla loro gola pestilenti fiotti di fumo, oscurando la luce e rendendo irrespirabile quell’aria melanconica. Fra i mucchi di ceneri e di scorie sul margine della strada, riparati soltanto da poche tavole rozze o da tettoie fradice, giravano strane macchine, che si torcevano come creature tormentate, facendo strepitare le loro catene di ferro, stridendo, di tanto in tanto nei loro rapidi vortici, come assalite da strazi insopportabili, e facendo tremare la terra nella loro agonia. Case desolate apparivano qua e là, in rovina, puntellate con frammenti di altre ch’erano già cadute, senza finestre, scoperchiate, annerite, d’una infinita tristezza, ma pure ancora abitate. Uomini, donne, bambini di aspetto emaciato e coperti di cenci, vigilavano le macchine, alimentavano il fuoco che le faceva muovere, mendicavano nella strada, o guardavano, seminudi, con un torvo sguardo dalle soglie senza porta. Poi venivano altri mostri collerici, che quasi sembravano belve in quell’aria barbara e selvaggia, e stridevano e rugghiavano, continuando a girare e a girare; e sempre, innanzi, indietro, a destra e a sinistra, la stessa interminabile prospettiva di torri di mattoni che non interrompevano un istante il loro vomito nero, insudiciando cose e persone, bruttando la faccia del giorno e avviluppando tutti quegli orrori in una densa nuvola oscura.

Ma le ore della notte in quel terribile luogo! La notte, in cui il fumo si mutava in fuoco; in cui ogni camino vomitava fiamme, e i punti che erano stati delle volte buie tutta la giornata splendevano di vivi riflessi rossi, con ombre che si muovevano qua e là negli spiragli infocati e che si chiamavano a vicenda con rauche grida – la notte, in cui il rombo di ogni strana macchina era fatto più pauroso dall’oscurità; in cui la gente intorno si faceva d’aspetto più barbaro e selvaggio; in cui bande di lavoratori disoccupati sfilavano per le strade o si raggruppavano al lume delle fiaccole intorno ai loro condottieri, che li arringavano con accenti di rivolta, sui mali che li travagliavano, per incitarli a terribili grida e minacce; in cui uomini infuriati, armati di spade e di fiaccole, sprezzando le lacrime e le suppliche delle donne che volevano trattenerli, si slanciavano a imprese di terrore e di distruzione, per fare sicuramente nessuna maggior rovina che la propria – la notte, in cui passavano rumoreggiando i carri, carichi di rozzi feretri, perché le malattie contagiose e la morte avevano mietuto una buona quantità di vivi – la notte, in cui gli orfani piangevano, e donne pazze di dolore seguivano i morti con grida di disperazione, facendo a quel modo la veglia ai defunti – la notte, in cui alcuni gridavano pane e altri si davano a bere per annegare i loro affanni, e altri andavano a casa in pianto, e altri a passi barcollanti, e altri ancora con occhi iniettati di sangue – la notte, che, diversa da quella che il cielo manda sulla terra, non portava alcuna pace, alcuna quiete, alcun segno di sonno ristoratore – chi dirà i terrori di quella notte per la tenera giovinetta errabonda! […]
Era un altissimo stanzone sostenuto da pilastri di ferro, con ampie bocche nere sulle pareti superiori, finestroni aperti all’aria esterna, e rumoroso fino al tetto per i colpi dei martelli e il rugghio delle fornaci, e si fondeva coi sibili del metallo incandescente tuffato nell’acqua, e con altri cento strani sovrannaturali rumori non mai più uditi. In quel luogo scuro, un certo numero di uomini si muovevano come demoni tra il fumo e le fiamme, e si vedevano vagamente e a sbalzi, entro un velo di nebbia, agitati e tormentati dal calore ardente, maneggiare grandi strumenti, dei quali un colpo in fallo avrebbe stritolato il cranio d’un compagno. Si sarebbero detti dei giganti al lavoro. Altri, su dei mucchi di carboni o di cenere, con la faccia riversa contro la volta nera, dormivano o riposavano dalla loro fatica. Altri ancora, aprendo le porte incandescenti dei forni gettavano del combustibile sulle fiamme che si precipitavano rugghiando a incontrarlo e lo assorbivano come olio. Altri trascinavano, con fragore, sul pavimento, delle grandi lastre di acciaio infuocato, che mandavano un calore insopportabile, e una luce rovente come quella che rosseggia negli occhi delle bestie feroci.

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Elogio della bicicletta

Copertina Elogio della biciclettaA me quello che sconvolge che uno nel 1973 scriva un libro che oggi, nel 2017, non solo è attualissimo ma si rivela essere profetico sulla nostra fine. Una fine lenta e dolorosa come solo la peggior malattia sa fare.
Era forse Illich un visionario? O un profeta? O un illuminato? Non credo proprio, penso invece fosse una persona di buon senso con un’ottima capacità di analisi e questo piccolo lascito che è l’Elogio della bicicletta ne è una dimostrazione lampante.
Tutti oggi urlano al peggio, ma l’unica soluzione che propongono è contenimento e salvaguardia quando invece è evidente che serviranno sempre di più posizioni coraggiose e drastiche di rottura.
Quel che è certo è che ormai è tardi, qualunque soluzioni noi si tenti di attuare, meglio prepararsi al peggio ed attrezzarsi con una mente aperta per poter gestire un mondo futuro a noi sconosciuto ed ostico che ci aspetta dietro l’angolo.

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KJ2 e Rimini cosa c’è in comune?

Che cosa c’è in comune da la soppressione dell’orsa KJ2 e Rimini? A prima vista praticamente nulla, ma spulciando i giornali di questi giorni caldi di ferragosto mi sono imbattuto in un articolo sul Corriere della Sera dal titolo “La riminizzazione del rifugi alpini”. La questione è piuttosto spinosa per chi sopratutto ama un concetto di montagna fedele agli ideali di purezza e semplicità e frequenta l’ambiente alpino alla ricerca si di paesaggi splendidi ed incontaminati, ma anche tranquillità, semplicità e tradizioni.

Ma torniamo a noi, che cavolo è questa “riminizzazione del rifugi”? Vi porto un esempio: sabato 12 siamo stati a trovare degli amici che stanno trascorrendo qualche giorno a Corvara, zona che noi conosciamo pochissimo, per cui ci adeguiamo fin da subito al programma che ci viene proposto. Saliamo in seggiovia al Rifugio Punta Trieste e poi ci incamminiamo seguendo il percorso del Sellaronda verso Piz La Ila dove si trova l’arrivo dell’impianto Piz La Villa e da cui parte la famosissima Gran Risa.

Arrivati al rifugio che di per se si presenta più come un ristorante veniamo accolti in ordine di apparizione da: zona per tiro con l’arco su sagome di animali, molteplici pareti attrezzate per ferrata/arrampicata per bambini, percorsi gioco per bambini con funi, gonfiabile per bambini, finto laghetto per cercare di abbellire l’arrivo dell’impianto di risalita. Forse dimentico qualcosa ma il concetto è chiaro. Al rifugio nonostante la poca affluenza veniamo serviti male e con tempi biblici nonostante i camerieri indossino guanti bianchi. Guanti bianchi? Ma dove cavolo siamo? Ci guardiamo intorno ed è chiaro il messaggio che passa, anzi è talmente chiaro che noi 9 siamo un pugno nell’occhio rispetto a chi già è seduto ai tavoli e sfoggia una miss degna di un aperitivo in centro città.

A questo punto volgo un pensiero alla povera orsa soppressa. E sì il problema è che l’orsa non doveva esserci per il semplice motivo che l’orso lo abbiamo eliminato noi nel corso del secoli passati, cacciandolo e stipando un ambiente con la nostra presenza creando in questo modo un habitat incompatibile con un animale selvatico. E’ inutile nascondersi dietro ad un dito, i programmi di reintroduzione sono una cagata pazzesca, se un animale non c’è più un motivo ci sarà e quindi o tu stato/regione/provincia/istituzione rimuovi quel motivo (in questo caso l’uomo), oppure è inutile che persegui un obiettivo che gioco forza cozzerà con gli interessi locali (economici e non).

Credo che tra tutte le cose lette in questi giorni, la frase dell’onorevole Brambilla “si dovevano creare aree in cui l’orso può fare l’orso e può muoversi senza il pericolo di incrociare esseri umani che passeggiano con i loro cani” dimostri tutta la pochezza, l’arroganza e l’ipocrisia di cui l’essere umano sia capace. Quindi sì l’orsa andava soppressa.

Ecco quindi che il tiro con l’arco alle sagome animali acquista un senso, in questo modo possiamo allenare le giovani generazioni, e non solo, a difendersi dai possibili attacchi degli animali selvatici, ovviamente in un ambiente controllato…

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A memoria della bicicletta

Forse ho capito il motivo per cui in Italia non avremo mai un approccio alla bicicletta che vada oltre la solita emergenza e le solite scampagnate fuori porta.

In Italia non si riesce a capire e a considerare la bicicletta come un mezzo di trasporto. Ecco la cruda verità. La bicicletta fa tanto bene, ma mi raccomando fatela nei weekend, il resto della settimana giusto per i pensionati per andare a prendere il giornale in edicola o qualche bambinello coraggioso, o forse meglio dire sconsiderato, che si avventura per un giretto pomeridiano.

Ma come sono arrivato a pensare questo?

Ci sono stati due fattori che hanno contribuito a farmi formulare questa idea. Il primo riguarda un documentario visto da pochi giorni dal titolo “Tomorrow”. Al di là dei temi trattati, vi è un passaggio nel quale la produzione è in visita presso una famiglia di Copenaghen per cercare di capire il come una città capitale di nazione sia riuscita a diventare la mecca del ciclismo. La famiglia invita la produzione ad accompagnarli la mattina seguente, un normale giorno lavorativo, ovviamente in bicicletta. Un’affermazione a questo punto mi ha lasciato basito “Ma ho paura, la gente fa forte!”. Già ad una frase del genere cosa rispondi? Fatto sta che la famiglia molto tranquillamente risponde: “Cara mia, non è mica una passeggiata, è trasporto”.

Trasporto. Che parola strana questa pensata in relazione alla bicicletta.

Ma veniamo al secondo fatto. Ricevo oggi una telefonata da parte dell’URP del mio comune in merito ad una segnalazione che avevo fatto qualche mese fa, su un particolare attraversamento che spezzando in due una della poche ciclabili degne di questo nome, rendeva particolarmente pericoloso l’attraversamento della sede stradale.

L’assoluta mancanza di segnaletica verticale ed orizzontale lasciavamo quella terra di nessuno in balia degli eventi. La gentile signora mi spiega che hanno provveduto ad installare apposita segnaletica verticale per segnalare che la pista ciclabile in quel punto termina, punto. Poi dopo l’attraversamento riprende, ma il concetto importante è che termina lì. Questo significa che devi smontare dalla bicicletta, lasciare la sede della ciclabile, salire sul marciapiede e raggiungere il vicino passaggio pedonale. Tutto questo farcito dall’affermazione che “sa, sarebbe troppo pericoloso permettere alla ciclabile un attraversamento con segnaletica orizzontale”. Ma troppo pericoloso per chi?

Non serve un genio della lampada od un ingegnere illuminato per capire che da qui non ne usciremo mai, la bicicletta rimarrà un elemento di disturbo nel traffico cittadino tutto il resto è fuffa.

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