Il marketing questo sconosciuto

Ieri ho partecipato ad un evento organizzato da Google Italia, il Mobile Site Hackathon. Scopo dell’evento apprendere tutti quegli hack in grado di dare una spinta performante al proprio sito versione mobile.

Evento come sempre gratuito nel quale la prima cosa che mi ha colpito è che nelle 8 ore non si è mai parlato di prodotti Google. Nessun accenno. Qualche slide con grafici ed infografiche di terze parti, un paio di interventi tecnici e poi 5 ore di programmazione chini sul monitor.

Qualcosa continua a non tornarmi…

Arriviamo alla sede e ci viene fornita la colazione, al tavolo troviamo come gadget un battery back a testa, pranzo, aperitivo di fine giornata. 3 droni regalati al team di sviluppatori che ha incrementato maggiormente in percentuale le prestazioni del proprio sito, un chromecast regalato dopo pranzo attraverso un simpatico quiz.

Sono uscito dall’evento poco prima delle 18 con questa strana sensazione, un dubbio, una domanda. Ma perchè tutto questo investimento (eravamo 27 aziende con in media 2 persone per ognuna) senza nessuna, nemmeno velata, velleità di venderci l’ennesima googlata?

E’ stata sicuramente una giornata intensa e molto produttiva a tratti entusiasmante. Lunedì al rientro in ufficio faremo il punto delle features apprese e dei comportamenti da implementare, e poi? Google cosa ci guadagna da tutto ciò?

Rimango con questa domanda appesa nel vuoto nel frattempo porto a casa diverse novità di cui ignoravo l’esistenza e che aiuteranno sicuramente il mio lavoro e quella della mia azienda.

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Incontri inaspettati

Questo weekend ho dato una mano a mia moglie nel seguire le riprese fotografiche di un seminario di Yoga organizzato dal Centrolistico di Sesto San Giovanni. Il docente speciale di questa occasione è Ramesh Sheety, un insegnante yoga indiano originario di Mysore. Difficilmente rimango folgorato dalle persone, ma questa è una di quelle volte nelle quali hai un barlume di positività rispetto al genere umano, forse in fondo in fondo ma proprio in fondo al barile un lumicino flebile è ancora acceso.

Ramesh è una di quelle persone che, non so come ne perché, emanano un’aura positiva. Un’energia che ti invoglia non solo a fare ma anche, e forse questa è la cosa più importante, a mettere in disparte i tuoi problemi esistenziali per concentrarti sull’adesso. Per lui nulla è impossibile e i suoi due mantra: smiling e it’s easy, accompagnano ogni sua spiegazione e dimostrazione. Lo guardo, mi guardo, due universi paralleli. Ne sorrido e penso che il mondo va avanti per diversità e non mi rimane che studiarlo affascinato mentre si prodiga nell’avvinghiare qualche arto degli studenti.

Non sono mai stato un fan dello yoga, e anche in questi due giorni, riguardando gli scatti, sono stati molti i momenti nei quali vedendo le varie posizioni mi sono sentito del male addosso, come se anche solo la remota possibilità che qualcuno mi contorcesse in quel groviglio di arti mi provocasse un dolore fisico. Di contro ammiro veramente molto tutti i ragazzi/e presenti per la dedizione a questo tipo di pratica, l’entusiamo e la volontà di sfidare il proprio corpo e la propria mente.

Ci siamo lasciati ieri sera dopo tanti inchini con l’idea di accettare forse per il 2018 l’invito che Ramesh ci ha fatto di andarlo a trovare, stay tuned.

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Italia in bicicletta, quasi

“Il cambiamento culturale a favore della bici è già una realtà. E questa è la cosa più importante.”

Con questa frase si riassume in estrema sintesi il pensiero del Ministro Delrio sull’argomento trasporti vs bicicletta. Dopo aver letto l’articolo pubblicato da Bikeitalia.it a proposito dell’intervento del Ministro a Bike Summit di Legambiente, concordo pienamente con il fatto che i grandi circuiti sono importantissimi, muovono il turismo, sia interno che straniero, e svolgono la medesima funzione delle autostrade. Però, e mi dispiace per il Ministro, il problema non è solo quello di realizzare grandi ed interessanti itinerari, ma quello di capilarizzare il tessuto ciclabile da un lato e creare e diffondere una cultura che elevi la bicicletta al di sopra dell’automobile.

Parliamo del tessuto ciclabile. I nostri amministratori locali, e parlo di quelli della mia zona (Modena e provincia), mancano innanzitutto di formazione, non si ha la più vaga idea di cosa significhi ciclabile o rete di ciclabili, manca una pianificazione che vada oltre l’emergenza di ieri, manca un coordinamento intercomunale tra le amministrazioni (il tempo dei feudi diciamo che ce lo siamo lasciati alle spalle), manca un’adeguata manutenzione e segnaletica dei percorsi attuali.

Infine manca il buon senso, o forse la volontà, di affidarsi ad esperti per evitare grossolani errori, non basta disegnare due strisce gialle su di un marciapiede.

Veniamo poi alla cultura, beh semplicemente non c’è. Se è vero che c’è una domanda che va verso una maggiore offerta ciclistica è anche vero che chi usa la bicicletta non ha la più vaga idea di come si condivida con gli altri attori presenti sulla strada, a partire dagli altri ciclisti per finire con le automobili.

Come per ogni cambiamento culturale serve coraggio e scelte coraggiose, una di queste potrebbe essere finalmente quella di abbandonare il concetto “ciclo/pedonale” a favore del sono “ciclo”, investire nella formazione culturale le nuove generazioni di bambini/ragazzini e per ultimo ma non meno importante per una volta andiamo a studiare e a prendere spunto da chi le cose le ha già fatte e continua a farle, bene, da decenni senza inventarci l’ennesima porcata all’itagliana.

E quindi per concludere, riprendendo la frase del Ministro, non è assolutamente vero che la cosa più importante è il cambiamento culturale a favore della bici, sicuramente è indispensabile, ma lo è anche tutto il resto (rete, manutenzione, offerta turistica, ecc) senza il quale rimarremo come già siamo oggi, un paese ciclisticamente parlando del terzo mondo.

Grazie.

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La solitudine delle due ruote

Questa mattina, dopo ben 210 giorni, ho ripreso a venire al lavoro in bicicletta. E’ stata una lunghissima pausa, la più lunga negli ultimi 6 anni, complice anche una salute messa a dura prova da questo inverno.

Come piace a me sono partito presto nonostante non abbia problemi di cartellino o altro. Alle 7 ero già per strada. Fresco ma non freddo. Molto umido, complice la piovuta notturna.

Il sole a fatica cerca di uscire dall’ammasso di nubi che si aggrovigliano ad est, ogni tanto ci  riesce ed è in quei momenti che assapori il sublime. I campi di grano verde riverberano una luce abbacinante diffusa dall’umidità in sospensione. E’ come essere rinchiusi in una sacca semitrasparente. Le gambe affaticate e spompe dalla lunga inattività mulinano alla ricerca di quel ritmo respiro-pedalata che nei momenti migliori ti permette di sfrecciare senza fatica fendendo i campi come se fossi un aeroplano.

In giro poca gente, sempre tante auto e camion, ma dopo i primi 20 minuti si raggiunge finalmente la campagna e lì rimani tu solo con la tua bicicletta. Non serve altro per scaricare la mente. Pedali.

Ma è solo quando avrò riabituato il corpo a pedalare e a stare seduto sul sellino che potrò definitivamente godermi questi 50 minuti in solitudine, perchè la bicicletta è prima di tutto questo: solitudine. Ma non una solitudine cattiva, di quelle che ti portano alla disperazione, no è una solitudine che nasce dal mezzo. Sì condividi con i tuoi compagni l’avventura del viaggio, ma sul sellino sei solo, quando le gambe non spingono più sei solo, quando il sedere brucia tanto da impedirti di appoggiarti al sellino sei solo, quando sotto un diluvio universale ogni tuo fascio di muscoli è intirizzito dal freddo sei solo. Ma mai così tanta solitudine è stata così ricolmata di risate e gioia, di spensieratezza e eroismo.

Questa è la solitudine delle due ruote.

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Una borsina? Anche due!

Sono in fila all’OBI e il cliente che mi precede sta pagando. Ha comprato un sacco di bricchette della Weber ed una scatoletta di diavolina, starà probabilmente già assaporando la grigliata di domani, che è giorno di festa (25 aprile), e con lui anche la sua ragazza che lo accompagna.

Il ragazzo paga ed io penso che sia arrivato il mio turno, ma dopo un conciliabolo con la cassiera, il tipo allunga una mano dietro di me e prende un borsina di plastica. Una borsina di plastica? Ma per cosa? Ma sopratutto perchè???

Sono inorridito. Guardo l’operazione di inserimento del sacco delle bricchette nella borsina di plastica. La borsina dopo il primo tentativo si rompe… del resto il sacco delle bricchette (8 kg) è fatto di plastica piuttosto resistente, ne prende un’altra e questa volta l’operazione va a buon fine. I due escono e si dirigo felici all’auto, borsina alla mano.

Non riesco a capire. Sto cercando di sforzarmi per comprendere il motivo per cui tu debba inserire un sacco di plastica rigida dotato già di apposita maniglia in una borsina di plastica di mais delle dubbie capacità. Booooo.

Questa è follia bella e buona e poi ci parlano di ecologia e di salvare il pianeta. Impossibile ed inutile, è solo uno spreco immane di tempo e risorse, ci meritiamo solo un’asteroide.

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Walden #1

Leggere bene — e cioè leggere libri veri — è un nobile esercizio che occuperà il lettore più di qualunque altro esaltato dalla moda del giorno. Ciò richiede un allenamento pari a quelli cui si sottoponevano gli atleti, un proposito costante che duri quasi tutta la vita. I libri bisogna leggerli con la prudenza e la riservatezza con cui furono scritti, poiché c’è un salto considerevole tra la lingua parlata e la lingua scritta, tra lingua udita e lingua letta: normalmente, la prima è transitoria, un suono, un linguaggio, un semplice dialetto quasi animale, che impariamo come bruti, incoscientemente, succhiando il latte materno; la seconda è la maturità e l’esperienza della precedente. Se la prima è la nostra lingua madre, la seconda è la nostra lingua padre, espressione scelta e riservata, troppo densa di significati per essere appresa dalle orecchie; e per parlarla noi dobbiamo rinascere.

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Auto-che?

Il tripudio auto celebrativo dell’amministrazione del mio comune è un qualcosa a metà tra il commovente e l’indecente.

Fedeli al mantra del “se lo ripeto allora è vero” l’amministrazione tutta non perde occasione per promuovere tutte le “belle” cose che il suo lavoro produce sul territorio. Le ultime, in ordine cronologico, vedono il nostro Sindaco, in compagnia dell’assessore di turno, impegnati in eventi mondani per l’inaugurazione  di opere stradali. Una rotonda, un sottopasso….

Qualcuno vocifera che a maggio avremo un paio di eventi per l’inaugurazione di un segnale di stop ed un paracarro in una delle frazioni.

Insomma, in barba al bilancio fallimentare e costantemente in rosso pompeano, i nostro amministratori continuano imperterriti ad inanellare un successo dietro l’altro.

Noi cittadini d’altronde, attendiamo con ansia questi eventi sociali e mondani nei quali sfoggiare il nostro storico senso di appartenenza alla comunità.

Panem et circenses.

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Chessaramailapioggia

E si avventurarono da basso, a dispetto degli elementi avversi, per la consueta corsa.

35 minuti al gelo, sferzati da pioggia ghiacciata e dura come grandine. Sensazione sublime di libertà. Però all’asciutto piace di più #sapevatelo!

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Midwest padano

Poi arrivi alla fine di queste giornate nelle quali un cielo da Midwest Padano, di un blu cobalto, solcato da nuvolette sparse, incornicia un sole primaverile già caldo. I fumi dell’alcool mischiati alle essenze del barbecue portano all’ozio sfrenato. Le forze le abbiamo lasciate e casa e non rimane che un unica via: quella dell’abbandonarsi orizzontali affondando le membra nella nuda e fredda terra.

Le risate echeggiano nell’aria, le urla dei bambini disegnano corse sul prato e tra un pianto ed un abbraccio riparatorio, il mondo corre inesorabile verso la sua fine.

Pensi che forse ci sia ancora qualche possibilità. No, non è vero. Ti godi solo queste ore, lasciando che i pensieri escano dalla mente e salgano al cielo per ricadere come pioggia nella speranza che portino frutto.

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Don McCullin

Ieri abbiamo visto il film/documentario su Don McCullin, fotografo che già conoscevo e che ho sempre apprezzato per la qualità sia del suo lavoro fotografico che per lo splendido bianco e nero delle sue stampe.

Durante la visione del film non ho potuto fare a meno di guardare in faccia questo uomo. Appare fin da giovane come una persona distrutta, dilaniata dalla vita. Lo sguardo che traspare a 20, 30 o 70 anni ha sempre quella patina di sofferenza interna di un uomo travagliato forse incapace di riconciliarsi prima di tutto con se stesso.

Alla domanda: “ma di notte ha incubi?” la risposta mi ha sinceramente sorpreso. “No, solo di giorno quando la mente è vigile”.

Non ricordo quante guerre ha seguito, ma è emblematico il passaggio alla fine del film quando immerso nella campagna inglese ricorda come anche in quel contesto idilliaco, basta un niente per riportarlo in prima linea. E allora penso a tutti quelle persone che per anni hanno vissuto i teatri di guerra a come possano vivere il resto dei loro giorno e a riconciliarsi con un mondo ed una vita che ha cercato in ogni modo di terminarli.

Impossibile.

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